mangiare la sirenetta come fosse sushi, con le bacchette

Tra le cose difficili da fare a Milano c’è Trovare un ristorante giapponese. Segnatevelo sulla Moleskine, oh voi che venite qui, nella patria degli all you can eat nipponici, convinti sia l’Eldorado. Non lo è e soprattutto trovare un ristorante giapponese a Milano, a pranzo, e pure di domenica, e pure nella zona dei Navigli, è difficile tanto quanto far capire al vostro amato partner che la tavoletta del water deve stare abbassata. Non per una questione di gravità, ma perché di ‘sto passo prima o poi dovrà venire a recuperarvi sul fondo del tubo di scarico delle acque nere. Ma mica qui stiamo in Trainspotting!

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Orbene, la lunga saga della ricerca d’un ristorante giapponese a Milano ha origini remote: parte dal portone di casa, Milano nord, e si conclude sempre al portone di casa, Milano nord. Lì, a un angolo di strada anonimo, tra una banca e un baretto di periferia, frequentato da losche donne barbute che d’estate deliziano i passanti con racconti legati al percome e perché l’unghia dell’alluce si sia incarnita, mostrandola pure con fierezza fuori dalla ciabatta sfondata!, lì esiste per davvero il ristorante giapponese “migliore” di Milano. Migliore alla luce di una serie di fattori tutt’altro indifferenti.

DARSI DELLE REGOLE PER SCEGLIERE UN RISTORANTE GIAPPONESE A MILANO EQUIVALE A SALVARSI I NERVI. VEDIAMO PERCHé

Ad esempio voi, quando cercate un ristorante giapponese, cosa guardate? Il menu? Se il dolce è compreso nell’all you can eat? Se fanno i gunkan? Se le cameriere sono di reali origini nipponiche? Se in bagno c’è il deodorante al fior di loto? Io no, ormai non più ‘che tanto c’ho perso le speranze. La cosa che guardo io sono i tavoli. I tavolini, pardon. Dev’esserci una specie di IKEA asiatico da qualche parte nella provincia di Prato* che smercia tavolini da ristorante giapponese. Non quelli tondi enormi a cui ero abituata a Cosenza, dove ci si sedeva in due laddove mangiano in 10. No no, quelli piccoli, quelli 20×20 cm. Quelli dove in due ci si siede laddove ci si siede in 1. Quelli mignon tutti ben disposti in fila l’uno di fianco all’altro, quelli che la privacy.. Che? Che cos’è?

E infatti, che cos’è la privacy io non lo so. Tu lo sai? Non lo sa nemmeno la tizia che in una domenica di maggio c’ha fatti uscire dal terzo ristorante giapponese di fila – a Milano santa pace, la città in cui vuoi mangiare? Siediti e mangia! – perché va bene, sulle sue tette rifatte e gigantesche strabordanti dal reggiseno fino a finire sul nostro tavolino, potevo pure sorvolare, ma sul trattato filosofico relativo all’appena trascorsa notte in compagnia dell’energumeno di fronte a lei no. Non perché mi infastidisca l’argomento, non perché fossimo a tavola, ma perché la tizia a quanto pare usa questa tattica per far fuori i vicini di tavolino. Il che ha del geniale, maleficamente, ma pur sempre geniale.

E quindi da oggi non guardo più i tavolini quando scelgo il ristorante giapponese. Non guardo più neanche se servono davvero cibo dalla parvenza nipponica. No, vado dritta all’unico tavolino senza vicinato e mi ci fiondo e glielo dico io al signor cameriere che quello è il mio psot e lì mi siederò per le prossime 2 ore perchénnò! Io un’altra volta la biondona rifatta vicino non ce la voglio. No.

 * Prato è la provincia d’Italia col più alto tasso di popolazione d’origine asiatica (ndr)