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Il racconto dell’ancella o del diritto a non volere figli

Ci metto sempre una vita a leggere i libri belli. Non nel senso che impiego troppo tempo per leggerli, quello no, perché terminano anche troppo presto. Semplicemente, impiego mesi per prendere una decisione: lo compro? Non lo compro? E se poi è una cagata pazzesca?

La verità è che sono rimasta scottata all’epoca de La solitudine dei numeri primi: neanche il tempo di farlo uscire che già aveva trovato posto in uno scaffale della libreria di casa, quello più alto, quello riservato ai libri che non rileggerò mai più. Perché è scritto bene, sì, la trama è bellina, sì, sì, ma io non posso lasciarmi abbindolare da certe strategie di marketing che, purtroppo, animano anche lo sbrilluccicoso mondo dell’editoria.

Quel libro era stato pubblicato soltanto per far fare soldi ad altri. Non aveva niente da aggiungere, niente da dare e secondo me, libri così, non dovrebbero mai arrivare tra le mani di un lettore forte.

Capita pure a voi di sentirvi delusi dai libri? Capita pure a voi di non saper decidere se ne vale la pena o meno?

A me è successo, di nuovo, con Il racconto dell’ancella: ci sono voluti ben due anni per prendere una posizione e farlo arrivare in casa McFriend. A conti fatti, è andata bene ma non benissimo e ora vi dico pure perché.

Di che parla “Il racconto dell’ancella”

Difred vive insieme alle sue consorelle ancelle in una grande casa in stile vittoriano. Ha una sua camera da letto dove tutte le mattina può fare colazione, comodamente seduta di fronte alla propria scrivania. Una gran fortuna, pare, se non fosse che la finestra della camera da letto di Difred è protetta da un’inferriata e la colazione le viene servita soltanto per nutrire il suo corpo e adoperarlo ad altri scopi.

Difred, come le altre ancelle, infatti, non è altro che un ibrido tra una suora e una macchina umana il cui unico obiettivo nella vita è sfornare pargoli, i pargoli di Serena Joy.

Serena Joy è una Moglie e come tutte le mogli viventi in quest’epoca distorta, è sterile. Per questa ragione, avere un harem in casa propria, non rappresenta né un peccato né un disonore. Serena Joy dovrà dare un figlio al suo Comandante, in qualsiasi modo.

In quest’epoca non ci sono alternative e gli atti di ribellione non sono ammessi: o ci si attiene alle nuove regole o si finisce appesi al Muro.

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Avevamo davvero bisogno di questo libro?

Non spoilero e dunque non dirò altro sulla trama, anche perché in estrema sintesi è proprio questa qui. Tutto il resto è un susseguirsi di sinestesie e di descrizioni più o meno tediose che vanno dalla pippa mentale di Difred al tentativo di evocare sensazioni di fastidio e rifiuto.

La cosa che ricorderò di questo libro sarà il rosso del vestito delle ancelle, il rosso del sangue, il rosso dei mattoni della casa vittoriana, il rosso. Come un toro, nei miei ricordi vedrò soltanto il rosso e mi domando se davvero, un libro che suscita sentimenti negativi ci serva oggi, in questo momento storico in cui tutti siamo giudici di tutti e tutti vogliamo poter giudicare qualsiasi cosa ci circondi.

Avremmo bisogno di gentilezza, di colori pastello per rilassare i neuroni, di tornare un pochino al di là della barricata, chiudere tutto e parlarci allo specchio, prima, parlare con gli altri guardandoli negli occhi, poi. Avremmo bisogno di grandi classici, avventure intorno al mondo per respirare e storie romantiche per sospirare, di Jane Austen e Jules Verne, invece andiamo a caccia di futuri distopici che – speriamo – non si concretizzino mai.

Serve davvero rincarare la dose così? Per me è no. Tuttavia, c’è anche un’altra cosa che ricorderò di questo libro, ovvero tutta una serie di pippe – mie, non di Difred – che dopo pochi giorni si sono scatenate nel mio cervello di 30enne.

 

La libertà di non volere figli

Ho 33 anni e da quando ho memoria, racconto al mondo una storia che parla di una me che non vuole figli, una me a cui i bambini non mi piacciono e di una me che pensa al mettere al mondo un figlio come a un atto di egoismo puro.

Difficilmente queste idee cambieranno in maniera radicale e difficilmente nascerà in me un istinto materno più forte di quello che sento oggi. In parte è colpa mia, in parte proprio per niente e questo libro mi ha ricordato perché.

Ho 33 anni e negli ultimi 15 ho dovuto sguainare spade, sciabole e pugnali per trovare un lavoro e poi cambiare lavoro e poi rifiutare un lavoro, viaggiare da sola senza farmi violentare in un vagone dell’Intercity notte, guidare a Cosenza, cambiare città, rinunciare a qualcosa per avere qualcos’altro.

Non che l’abbia fatto soltanto io – ‘che la mia generazione sa bene quanto sia dura sopravvivere – ma è giusto dire che molte di noi, 30enni di oggi, hanno investito gli ultimi 15 anni in una nuova attività che le nostre madri, probabilmente, non hanno mai neanche lontanamente immaginato: definire i confini del proprio mondo aggiungendo di qua e togliendo di là, sfoltendo le fronde, selezionando persone, saltellando da un capoluogo all’altro.

Ho perso tempo? Abbiamo perso tempo? Sì, abbiamo perso il tempo che avremmo potuto investire nella maternità. Oggi ho 15 anni in più, due ovaie meno arzille d’un tempo, uno zaino da trekking zeppo di esperienze che ripeterei altre mille volte ma non ho un adolescente sul groppo.

Ho guadagnato tempo? Abbiamo guadagnato tempo? Sì, perché se l’avessi oggi, un figlio, lo avrei consapevole di averlo desiderato e di non averlo messo al mondo perché dovuto.

Un figlio è una scelta e un atto di responsabilità verso qualcosa che ancora non esiste. Un’utopia, un patto morale con se stessi. Non è che io non voglia figli, è che mi sembra sbagliato volerlo.

Bisognerebbe trovare un verbo o un vocabolo diverso per descrivere questo desiderio. Ad esempio lunadigàs, la parola con cui i pastori sardi nominano le pecore che non si riproducono, anche se fertili. Letteralmente significa lunatiche. Sono lunatica, non è che non voglia figli. Ecco, mi sembra più poetico!

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Quello che so è quello che non voglio e mi sembra un diritto sacro poter scegliere quel che uno vuole e quel che uno non vuole. Tutto il resto è una questione linguistica che descrivere motivazioni e ragioni ma le parole, a me, fino ad oggi sono sembrate troppo poco forti per dire davvero il perché di questa posizione finché, finalmente, la MIA ragione, il mio pensiero ricorrente, l’hanno espressa come mai avrei saputo immaginare le demografe Maria Letizia Tanturri e Letizia Mencarini. In questo articolo di Soft Revolution un estratto dal loro studio del 2008 dice che:

C’è poi un ultimo tipo di motivazione, legata alla coscienza ecologista di alcune persone *childfree: ritengono che la sovrappopolazione incontrastata e continua della Terra sia molto preoccupante e che vada affrontata evitando di generare nuovi esseri umani e l’inquinamento che la loro esistenza produrrebbe. Queste persone hanno a cuore sia la salvaguardia dell’ambiente che quella delle generazioni future: un minor numero di persone sulla Terra significherebbe un minor consumo delle risorse e quindi una maggiore disponibilità di quelle che restano per i posteri. Tra le persone che decidono di non avere figli biologici per questa ragione, c’è anche chi sarebbe eventualmente disposto a un’adozione.

Mi sono sentita un po’ fuori luogo, quando ho cercato di esporre ad altri questa teoria, un incrocio tra una complottista e una svitata, come quelli che credono che le montagne siano soltanto il tronco reciso di un albero preistorico, imponente. Ora invece, dopo aver letto questo articolo, e pure il libro della Atwood, mi sento rincuorata.

 

Essere felicemente non genitori

Difred e le sue consorelle danno alla luce bambini eppure sono delle non madri. Non sanno più neanche cosa voglia dire sentirsi madre perché sono state private del sentimento: sono semplicemente macchine predisposte biologicamente a riprodursi ma al di là di quello non c’è altro.

Il motivo per cui ora, il mondo, si trova in questa situazione, sta nel fatto che le donne hanno esercitato il loro diritto a non riprodursi, abusandone. Così, il numero delle nascite si è ridotto drasticamente fino a generare una società di vecchi.

Quella raccontata da Margaret Atwood è anche una storia plausibile – chi lo nega? – perché esistono movimenti di donne che urlano il proprio diritto a non avere figli. Io lo condivido, il corpo è nostro e siamo soltanto noi a decidere che diavolo farne. Cara Margherita, perché hai raccontato una storia in cui le donne, invece, sembrano colpevoli delle proprie scelte?

Il *movimento Childfree, termine coniato in America negli anni Settanta, è il movimento delle coppie che hanno scelto di non avere figli non a causa di problemi fisici o relazionali, ma proprio perché si è deciso così, perché si può essere famiglia anche senza figli. Childfree è la parola con cui si indicano le coppie che potrebbero avere figli ma non vogliono averle, mentre Childless fa riferimento alle coppie che non possono avere figli anche se vorrebbero e a loro, secondo me, va tutto il rispetto del mondo.

La questione della predisposizione biologica, la questione politica e sociale, la questione religiosa: nessuna di queste posizioni potrebbe convincere una coppia no-kids che il mondo là fuori è un posto bellissimo pronto ad accogliere una nuova vita. Il mondo là fuori è un posto di merda e neanche la campagna di marketing più feroce potrà cambiare questa realtà, neanche la nonna più agguerrita: non dimentichiamo che sono calabrese e che a Sud della capitale, la maternità, è una faccenda seria.

Come spiegarlo alle donne della mia famiglia? Sono davvero un mostro nichilista oppure sono una donna molto più coerente e concreta di altre che la maternità la cercano per forza, come fosse una convenzione sociale? Sono una Difred o una Serena Joy?

Queste e altre simili sono le domande che il racconto dell’ancella ha sollevato anzi, spolverato, perché stavano lì da sempre e le avevo soltanto lasciate in balia del tempo, ad accumulare polvere.

 

Libri e film simili

Capita pure a voi di essere combattuti e di non capire se un libro vi è piaciuto, anche quando non vedevate l’ora di chiuderlo e buttarlo via? A me è successo tante volte e mi sono detta che se un libro è in grado di suscitare un qualsiasi tipo di emozione forte, allora è un libro che funziona ed è questo il motivo per cui Il racconto dell’ancella, in conclusione, finisce sul ripiano basso della libreria di casa, pronto per essere consultato ancora nei prossimi anni.

La serie tv The Handmade’s Tale non vi è bastata? Nel calderone potete buttarci pure gli episodi di Black Mirror, fare un ripassino di Idiocracy mentre, se siete amanti del genere libri post apocalittici, potreste anche leggere Ragazze elettriche di Naomi Alderman. Io lo sto leggendo con grande fatica, devo ammetterlo, ma comprendo pure che a certuni possa piacere da matti quindi, perché no?

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