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Una delle domande esistenziali che hanno accompagnato la mia adolescenza insieme a “Perché dio ha la barba?” e “Dove finiscono le gemelle dei calzini spaiati?” è stata: “Ma come diavolo si fa a pubblicare un libro (sottotitolo: in Italia)?“.

Perché un cassetto reale, pieno di romanzi fatti e finiti, di incipit, capitoli, scarabocchi sui fogli volanti, Smemoranda e Moleskine zeppe di citazioni filosofiche lo ho pure io così come lo avete voi. Lo hanno quasi tutti quelli che hanno iniziato a scrivere un blog nel 1998 e che sono degnamente sopravvissuti ai 16 anni e mezzo, ai pantaloni a zampa d’elefante e allo struggente tormento di Nevermind in loop nel walkman. I più quel cassetto lo hanno chiuso a chiave allo scoccare del 18esimo anno, altri invece lo hanno convertito in una remota cartella sul desktop dai titoli più svariati: c’è chi confidenzialmente l’ha chiamata Pasqualgino, come l’amico immaginario, chi col proprio nome di battesimo per rimarcare la paternità del contenuto e chi, non abbastanza sicuro che *2000!belzebù!Bibidi$%99xx! fosse una strong password, ha ripiegato su un sempreverde intimidatorio Privato_non aprire_altolà_mani_in_vista“, ribandendo l’assoluta restrizione di avvicinarsi alla cartella/cassetto. Insomma, il sogno di pubblicare un libro è rimasto lì, più o meno nascosto da qualche parte.

Quelli che il cassetto, convertito anzichénnò, lo hanno ancora, ingrossano le fila degli spairanti scrittori italiani, un popolo che amo e adoro perché poliedrico come pochi ranghi di questa bizzarra società. In casa McFriend di esemplari simili ce ne sono e sono senza dubbio degli svitati idealisti. Ci piacciono molto così, persi nell’idea(le) che quel cassetto prima o poi lo aprirà un editore coi baffi à la Dalì, una giacca tartan e che ama il suo lavoro molto più dei suoi soldi. Allora sì che finiranno a far la vita di Mauro Corona pure loro, sui monti della Sila calabra tra neve, caciocavalli e scoiattoli vispi.

Ecco, la realtà invece è che in Italia se riesci a pubblicare un libro quasi certamente non è per merito.

In Italia, infatti, è possibile che il primo contratto di edizione arrivi alla veneranda età di 70 anni dopo aver partecipato per l’ennemillesima volta a un torneo letterario bandito da un grosso gruppo editoriale, una sfida agguerritissima tra aspiranti scrittori o presunti tali, più intenti a far fuori l’avversario a suon di mancate “d” eufoniche, che a far vincere il romanzo che vorrebbero avere sul comodino. Da certi concorsi puoi anche uscirne illeso ma il più delle volte non è così: i giudizi spezzagambe sono il commento più comune che si possa ricevere da gente il cui più alto esercizio intellettuale è stato la lettura delle barzellette su La Settimana Enigmistica e no, non portano a niente. Sono sterili commenti che non aiuteranno l’aspirante scrittore a migliorare in niente, N I E N T E, e che certamente stroncheranno l’ascesa di molti verso l’Olimpo di quelli che sono riusciti a pubblicare un libro dopo aver vinto un concorso letterario.

Comunque la sindrome da penna rossa non è esattamente il problema più grave, giacché se uno vuole pubblicare un libro dovrebbe ben sapere che prima di azzardarsi in codesta titanica impresa ha il dovere di essere, o almeno reputarsi, un lettore forte. Un lettore curioso e attento, non un lettore il cui stomaco non cede al vomito di fronte a Palahniuk, sia chiaro.

Può capitare quindi che un noto gruppo editoriale arrivi a pubblicare un libro, il TUO libro, perché hai scritto un romanzo dal titolo L’amore ai tempi di Instagram” dedicato al tema dell’affetto feticista tra una blogger e il suo gatto, e in cui l’uso del dizionario dei sinonimi e contrari è stato bellamente soppiantato dalle correzioni automatiche del T9, ragion per cui laddove l’orrore grammaticale campeggia in mezzo alla pagina bianca, esso altro non è, per l’abile editor, che pura e semplice licenza poetica. Non parliamo di uso arbitrario delle virgole, come faccio io. Parliamo di neologismi, inglesismi e strafalcioni sintattici però.

Può capitare anche che per pubblicare un libro uno paghi, paghi milioni di euro perché crede che il mondo non possa fare a meno della sua opera prima e io non so come ciò possa ancora accadere, giacché logica vuole che quando uno svolge un lavoro debba essere retribuito dal tizio a cui porta dei soldi con il proprio lavoro, non il contrario. E dunque ti domando, aspirante scrittore, non sarebbe forse meglio informarsi  un po’ su come diavolo funziona il mondo dell’editoria in Italia? Io la butto lì, poi coi tuoi soldi facci quello che ti pare.

Certo è che, per quel che ne so, ma così, da ignorante, una che non sa né leggere né scrivere, forse se si ambisce tanto a pubblicare un libro si dovrebbe leggere almeno uno di questi libri qui (per non dire molti altri che vorrei qualcuno mi suggerisse per ampliare la Bibliografia minima dell’aspirante scrittore):

  • Editori a perdere di Miriam Bendìa (Stampa alternativa), per imparare a destreggiarsi nel mondo dell’editoria senza farsi fregare.
  • Sei passeggiate nei boschi narrativi di Umberto Eco (Bompiani), per imparare a osservare con sguardi nuovi lo stesso paesaggio dalla stessa finestra, ogni giorno, e a scrivere del mondo inventandone di altri.
  • Lezioni americane di Italo Calvino (Einaudi), ovvero della potenza comunicativa del testo scritto e dei principi per non farsi dominare dal suo potere.

Detto ciò, credo che un vademecum non faccia mai male e quindi vai di imprescindibili regole a cui attenersi per entrare nell’Olimpo degli aspiranti scrittori. Belli miei, ci vuol sudore delle braccia, mica è tutto rose e fiori lassù!

UNO: idee chiare.

Hai scritto un romanzo? Molto bene, ora descrivi in una sola parola la tua opera ovvero definiscine l’identità di genere. Se nel corso dei 7 giorni successivi a questo battesimo non avrai cambiato idea millequattrocentoventi volte sarai già a un ottimo livello. In caso contrario: male. Se non sai chi sei come pretendi che qualcun altro lo sappia?

Due: non sparare nel mucchio.

Definire un’identità di genere serve anche per barcamenarsi nel mare magnum degli editori nostrani: a esclusione dei colossi, che non ti cagheranno mai a meno di una botta di fortuna, esistono decine – ma che dico! – centinaia di editori piccoliiiiissimi con un catalogo annuale tra i 5 e i 10 titoli, che sono numeri importanti per coloro che hanno scelto di non entrare nel sottomondo della distribuzione selvaggia (se non hai capito l’ultima frase, hai bisogno di studiare bene il punto 3, prima del punto 2. In caso contrario, procedi nella lettura). Sapere a chi rivlgersi è fondamentale: non potete scrivere Harry Potter e proporlo alla Giuffrè Editore, santo cielo!

Tre: la distribuzione.

Ovvero: tu hai scritto il libro, l’editore te l’ha “comprato” ora che si fa? Dove si và? Chi lo porta sui ripiani delle librerie? Falcor? No. Ce lo porta il distributore. Se non sai chi è il distributore devi informarti. Se non sai cosa fa il distributore, devi informarti. Se non sai chi è il distributore del tuo editore, devi informarti, hai capito? Devi informarti! Senza distributore non si va da nessuna parte, fine.

Quattro: parla con i tuoi conspecifici.

Ovvero fai networking (yeah!). Esistono decine di piazze virtuali in cui discutere di libri, editori, esperienze di self-publishing e in cui leggere storie positive e negative di aspiranti scrittori. Perché incaponirsi su un’idea? Bisogna domandare a chi ha già fatto un passetto più in là. E se proprio le piazze virtuali non ci piacciono, esistono altrettante piazze reali in cui incontrare persone di carne e di sangue, gli scrittori!, quelli pubblicati, quelli ancora ignoti. Basta iniziare dalla libreria sotto casa, il resto vien da sé.

Cinque: vincola i tuoi averi.

Mai dare dei soldi a un editore. Mai. Perché il tuo è un mestiere, non un hobby!, e in quanto tale deve essere retribuito con denaro vero, né regali, né promesse né tantomeno soldi del Monopoli.

Sei: sicuro?

Ripeto: sei davvero sicuro che il mondo finirà se la tua raccolta di poesie in rima baciata in vernacolo non verrà pubblicata?

Sette: rileggiti ad alta voce.

Come quando andavi a scuola e la prof. ti diceva “Devi leggere ad alta voce se vuoi imparare a leggere l’incipit dell’Iliade in greco con la metrica corretta” e tu pensavi “Ma a me, della metrica? E dell’Iliade? Cosa vuoi che mi freghi?“. Ecco, doveva fregartene perché oggi capiresti l’importanza di leggere ad alta voce e ascoltare le castronate che hai scritto spacciandole per pura poesia. Andiamo Shakespeare!

Otto: compra un dizionario

E fai che diventi il tuo migliore amico. Per sempre.

E con questo è tutto. Molta fortuna a voi.

  • Parole quanto mai vere. Purtroppo in Italia si applica lo stesso principio per ogni settore (cosa che non dovrebbe neanche esistere): lavoro gratuito, gavetta. Insomma, non ho mai sentito di esordi folgoranti alla maniera americana. Poi, negli States hanno un concetto un po’ bislacco del libro come prodotto. Però non “costringono” gli autori a farsi le ossa su mille riviste di dubbia qualità o pubblicano i vip della rete (youtuber su tutti) cercando di fare proseliti tra gente che i libri non li sfoglia neanche a scuola.
    La cultura andrebbe ridimensionata ovunque, non dovrebbe essere inaccessibile né da quattro soldi.

    Ps: Mi segno il libro di Eco, non lo conoscevo.

    • Verissimo, purtroppo.
      I pochi esordi “folgoranti” di cui ho memoria riguardano robe che non meritano di stare sullo stesso scaffale di certi letterati italiani. Poi è vero anche che il modello americano di scrittore, alla Stephen King, ci ha un po’ traviato (per lo meno a me): quelli che sfornano un best seller a settimana in Italia ce li sogniamo, per fortuna dire, vista la qualità media.
      Fai pure 😉