parodia horror colazione sull'erba

Il momento della giornata lavorativa a cui anelo più d’ogni altro è la pausa pranzo. Per una qualche ragione a me oscura, qui la pausa pranzo si fa all’ora delle galline, il che i primi tempi ha causato stravolgimenti imbarazzanti nel mio metabolismo, al punto da giungere in sporadici momenti di annebbiamento col confondere la prima colazione con lo spuntino del dopocena. Col tempo le cose son migliorate e ho iniziato a trovare un risvolto positivo nella faccenda del pranzo all’alba: il sole, la luce del mezzodì, insomma tutto quanto consenta di fare una decentissima pausa pranzo in ufficio, purché sia fuori dall’ufficio.

Tuttavia, la pausa pranzo oltre ad essere un momento di gioia e gaudio per le nostre amiche papille, è anche un momento sociologicamente rilevante in cui è possibile fare del sano people watching senza incorrere nel rischio che qualcuno vi scagli addosso una tisaniera piena di tisana bollente, o semplicemente un’occhiataccia tanto malevola da provocarvi un cagotto. Ragion per cui, nei 4 (quattro… QUATTRO!) anni di vita milanese, da attente e profonde (!) osservazioni ed elucubrazioni accompagnate da pasta sfoglia ripiena agli spinaci e ricotta, ho imparato che esistono 3 categorie di pausisti:

  1. I pausisti da ufficio, ovvero coloro che portano la schiscetta da casa e che, cascasse il mondo, la consumano diligentemente davanti allo schermo del pc perché piove, fa freddo, c’è lavoro da fare, e poi quello è l’unico momento della giornata in cui possono fare la spesa on line da Esselunga, meglio approfittarne.
  2. I pausisti da bar, ovvero coloro che investono un buon 30% dello stipendio in insalate scondite a base di valeriana e pomodorini pakino, perché così si mantengono leggeri, ma la verità ditela!, è che proprio non c’avete voglia di inventarvi ogni giorno una nuova pasta svuota-frigo.
  3. I pausisti da panchina, ovvero coloro che giammai si mischierebbero alle caste di cui sopra perché, santo il cielo!, la pausa pranzo è l’unico momento della giornata in cui possono rimanere da soli, loro, la loro lasagna scongelata sopra al calorifero e il benedetto libro che puntalmente ogni sera non riescono a finire perché toh! devo svuotare la lavatrice, toh! devo sentire la signora Madre altrimenti mi dà per dispersa dopo sole 23 ore di silenzio, toh! è l’una di notte e tra 6 ore c’ho la sveglia.

Orbene, non so voi dove vi collochiate in questo triangolo dalla punta arrotondata ma io sto alle pendici perché appartengo alla categoria numero tre, e tra le varie lamentele di cui mi lamento spesso – e mica tanto volentieri ma qualcuno dovrà pur fare lo sporco lavoro del lamentatore fintanto che le cose non cambiano, o no? –  ne ho una nuova e cogente da fare e riguarda il mondo a me lontano ma paurosamente vicino dei PADRONI di cani. Orrore e ribrezzo nel definirli padroni di un essere che non sia loro stessi, ma tant’è, a loro piace esser chiamati così per soddisfare quell’arcaico senso di superiorità memore di tirannosauri isterici e caverne popolate dai pidocchi. Speculazioni cognitiviste a parte, a me gli animali piacciono molto. Ho ammorbato decine di persone con la storia della top ten faunistica di casa McFriend, in cui ad oggi si contendono l’apice il sempre amato gatto e il sonnacchioso panda minore, lasciando un ottimo secondo posto alla serafica lontra e un terzo ma niente affatto disprezzabile posto al buffone di corte, il lamantino tutto occhi. Tuttavia, stimo anche i cani, nonostante ormai si sappia che sono una gattara ortodossa e questa presa di partito mi colloca in una sfera diametralmente opposta all’altra, ovvero quella che da un po’ di tempo mi crea problemi: i padroni di cani, per l’appunto.

Le mie pause pranzo si svolgono nel ridente giardino Wanda Osiris di Milano, un parchetto urbano assai grande rispetto ad altri e ben attrezzato, giacché esiste un’ampia area riservata ai quattro zampe proprio lì, all’ingresso del parco, qualsiasi sia il lato da cui il fantomatico padrone decida di fare il suo ingresso. Ora, io non ho ancora capito perché quando mangio seduta sulla panchina, fuori dall’area in questione, la pastasciutta debba sapere di piscio di cane. Non ho ancora capito perché mentre leggo e sto lì tutta concentrata, ‘che Franco sta per rivelare a Miranda d’averla tradita con Pamela, sul più bello mi arriva alle spalle Silvana, la quale tra uno scatarramento e l’altro tira su una bella boccata di Chesterfield e cazzia la povera Rose (Rose, come quella di Titanic, sì, povera vittima), perché l’inconsapevole Rose non ha ancora capito che non deve allontanarsi da Silvana. E allora via di “Rose sei una scema”, “Rose vieni qui”, “Rose, ma allora non capsici niente?”, “Rose ma quante volte te lo devo dire che devi camminare qui!?”. Rose, santo cielo, Rose, ma la smetti di esistere, Rose?!

La parte più bella dei 54 minuti al parco in pausa pranzo però non è questa. Questa è la parte in cui ho l’insano istinto di rapire Rose e portarla via con me, restituirle la libertà e farla finita con questa tiritera. No, la parte migliore arriva quando Silvana incontra le amiche, le altre padrone. Pure loro, ovviamente, alle ore 12:30 hanno la sveglia puntata e portano a spasso i loro cucciolini. Ma voi, pranzi da preparare non ne avete? Figli da prelevare all’uscita di scuola non ne avete? Mariti? Datori di lavoro? Suocere che vi tengono incollate al telefono di casa? Tubi saltati nel pavimento, non ne avete? Non ne hanno. Niente. Hanno solo una specie di sindrome linguistica per cui alternano ad ogni soggetto + predicato cinque vezzeggiativi, e allora tra una cazziata e l’altra alla povera bestia, via di piccini-ninnini-patatini-fiflusissinini, che nemmeno le pareti di una nursery ne hanno mai sentiti tanti!

A questo punto ha inizio la mia parte preferita: la rassegna dei mali incurabili di cui è affetta la povera Rose e i suoi compari. Malattie i cui nomi sono ignoti anche a Dottor House ma che al solo sentirle nominare mi si accappona la penne, affliggono tutte le bestiole del quartiere e rifioriscono d’oro le tasche del veterinario di zona, oltre che l’ego delle padroncine. Ed è a questo punto che Rose sfugge all’occhio vigile di Silvana e con fare circospetto arriva proprio lì, davanti alla mia pastasciutta. Da brava circense spicca il balzo e fa saltare in aria la vaschetta, il libro e una serie di smadonnamenti in aramaico nella più totale noncuranza di Silvana e compagnia, i quali ADDIRITTURA si mostrano infastiditi dal mio fastidio e allontanano da me le bestiole, come fanno quelle mamme schizzate coi figli, quando all’asilo c’è un povero sfigato con la varicella.

Ogni giorno sempre più diventa chiaro che quell’area riservata ai cani presto diventerà l’area riservata ai pausisti del terzo tipo e che no, posso reclamare quanto voglio ma i vigili in bicicletta del Comune di Milano non gliela faranno mai e poi mai una multa a Silvana. O no?

* Silvana è un nome di fantasia ma Rose no, perché tutti devono sapere quanta cattiveria riserbano i cuori dei padroni nella scelta del nome da dare al loro amico peloso.

  • Valentina Chiefa

    Anche io, stessi tuoi problemi coi padronti dei cani, quando sono al mare, soprattutto. E la cosa che mi fa lanciare in aria smadonnamenti aramaici è il fastidio dei padroni per il mio fastidio, e la sgridata che mi piglio io dalla bocca dei padroni, anche qui felice e birrosa, quando pronuncio le fatidiche parole:”E che ho un po’paura”. Mi guardano male, mi dicono “non è possibile, lui è buono”, e mi lasciano lì, si guardano tra loro, ridacchiano per L’insensibilepazza (che sarei io) e ciao, mi lasciano lì. Sul mio buon telo oramai pieno di peli e piscio, con gli occhi spalancati invece che chiusi e in relax, e sulle spine, perché, soprattutto quando non conosco il cane e lui non mi conosce, ho un po’ paura. Ma niente. Mi devo sentire in colpa. Punto.

    • Vale, la soluzione è… portarti dietro un gatto che li spaventi!
      Ti sono vicina in questa cosa, con tutto che mi piacciono assai gli animali!
      Un abbraccione Vale 🙂

    • Vale, la soluzione è… portarti dietro un gatto che li spaventi!
      Ti sono vicina in questa cosa, con tutto che mi piacciono assai gli animali!
      Un abbraccione Vale