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Se c’è una cosa difficile, che proprio non ho imparato a fare, è spiegare con poche e semplici parole che mestiere faccio a mia madre, a mia nonna, a quelli che non ne sanno niente di Marketing e Comunicazione e che al massimo hanno un profilo Facebook straripante di condivisioni dalla top ten delle 10 fan page più pazze e divertenti di sempre. Faccio la giornalista? La copywriter? Il ghostwriter o vendo le cipolle su Facebook? Chi lavora nella comunicazione non dovrebbe avere di questi problemi e invece li ho, e so che li hanno anche parecchi colleghi. Ho creduto per molto tempo d’essere incapace, pure un po’ dislessica, forse anche confusa sulla faccenda, ma la morte di Umberto Eco ha portato a un’illuminazione: non è colpa mia, è colpa di quelli che hanno trasformato il mio lavoro in un non sense. “Lavori coi social network? Ah, quindi stai tutto il giorno su Facebook! Bella vita!”. Vi dice niente questa frase?

Ma torniamo all’illuminazione, Umberto Eco.

Il 2016, diciamocelo francamente, è proprio un anno di merda. Del resto è un anno bisestile e in quanto tale porta sfiga. Ci hanno lasciati in poco meno di 40 giorni attori, registi, scrittori, musicisti che hanno segnato la storia della cultura mondiale. Ci ha lasciati David Bowie. DAVID BOWIE gente, un uomo che personalmente ho iniziato a idolatrare all’età di 7 anni, quando il suo nome era Re-dei-Goblin e basta. E poi è morto pure Umberto Eco e il web è impazzito. La gente sui social network ha impiantato scenate e innalzato are. Il mondo si è rivoltato di fronte alla morte di un ottuagenario (ragazzi, 84 anni! Ma uno quanto deve tirare a campare, secondo voi, per morire ad un’età accettabile e senza scatenare psicodrammi social(i), ditemi?).

In ordine sparso: c’è stato chi ha citato per 24 ore di seguito la vastissima bibliografia di Eco, portando avanti il rituale delle prefiche sui social a causa di un improvviso attacco di SDQ – Sindorme del Quoter. Poi il silenzio stampa in attesa del prossimo morto da quotare.

Chi lo ha preso per il culo in maniera così sciocca, così banale, così imbecille, che manco Spinoza avrebbe saputo fare di peggio.

Chi ha tirato fuori dal cassetto il libro autografato, perché loro lo hanno conosciuto, belli miei. Questa è gente di mondo.

C’è chi citandolo lo ha chiamato UNberto, e voci di corridoio dicono che il cadavere si sia per un attimo scosso dal rigor mortis.

C’è chi – una caterva di ex colleghi d’università – lo ha osannato per aver dato molto al mondo della comunicazione. Quegli stessi colleghi che di Umberto Eco hanno letto 5 testi, CINQUE, contati sulla punta delle dita: la monografia completa dell’esame di Filosofia del Linguaggio modulo F, atto secondo, 1 cfu a scelta e tanto basta per pagare l’ennesimo ricercatore venuto da molto, molto lontano, per fare un saluto al caro prof. ordinario. Bastano 5 libri per affermare che ha dato molto al mondo della comunicazione, colleghi? Ma ‘nche senso dite? Perché è stato il barone dell’accademismo italiano degli anni Ottanta? O perché, prendendo spunto a destra e a manca dalle teorie dei grandi linguisti francesi e tedeschi, ha prodotto ottantordicimila libri? Non esageriamo, suvvia.

Vogliamo dargli un merito? Diamogli il merito di aver reso nazional popolare la semiotica, di aver scritto un ottimo romanzo storico, appassionante, vivido di particolari, un capolavoro? Un capolavoro, va bene. Di aver elaborato una teoria del testo completa, sempre prendendo spunto qua e là ovviamente, e di averle dato coerenza. E poi basta. Perché onestamente di lui non riesco a conservare altro che il ricordo delle maledette virgolette che segnava nell’aria con le dita, di un uomo borioso, pieno di sé dall’alto della sua cattedra, un esponente del baronaggio che si respira nei corridoi delle università italiane. Uno schifo, per chi lo conosce dal di dentro. E per onestà intellettuale, quando uno muore, sarebbe giusto ricordare chi era, nel bene e nel male.

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Nessuno comunque ha messo la foto profilo di Umberto Eco né ha lanciato l’hashtag #jesuisecò, questo dobbiamo dirlo per onor di cronaca. Del resto, mica lui è bello come David Bowie?

Ecco, la morte dell’Umbertone nazionale mi ha proprio sconvolta, al punto da voler lasciare il mondo dei social per sempre. Ma non posso farlo. Non posso perché coi social network CI LAVORO. Ebbene sì.

C’è gente là fuori che paga altra gente per usare i social network tutto il dì e in cambio, per dire le cose terra terra, c’è gente là fuori che fa fare soldi a codeste persone così, stando su Facebook. Il come è l’arcano segreto di questo mestiere, quel tantino in più difficile da spiegare a mia madre, mia nonna, agli ingegneri – ‘che loro soli hanno motivo di esistere su questa terra – e a tutto il resto dei non addetti ai lavori, ed è anche la ragione di tanta indignazione. Chi fa questo mestiere trasforma in soldi tutto quanto il resto del mondo diffonde in rete per il puro piacere di farlo. La gente al mattino si sveglia e propina al resto del mondo la sua colazione su Instagram, reputando lo scatto il #picoftheday per eccellenza; si sveglia e pubblica su Facebook un bell’articolo sulle trivelle, col solo obiettivo di dare un taglio freak al proprio profilo social(e); si sveglia e lancia una bella sentenza su Twitter, perchè la brevità e la concisione aiutano a esprimere meglio motti che tutti noi dovremmo custodire come perle di saggezza. La gente al mattino si sveglia e scrive e dice cose, che altra gente trasformerà in soldi, soldi di ALTRI.

Ecco quindi come funziona la faccenda dei social network, con buona grazia di Umberto Eco e della semiotica:

  1. Mario ha molti amici, diciamo più di 1000. Mario ogni giorno scrive e pubblica foto di unicorni. Quelli che leggono Mario, dopo ennemila giorni di unicorni, desidereranno avere un unicorno pure loro, e pure loro inizieranno a scrivere e pubblicare foto di unicorni. Non un motorino, non una pizzetta al formaggio. Unicorni, dio bono.
  2. A un certo punto qualcuno si accorgerà che non è più solo Mario a parlare di unicorni, ma almeno 10.000 persone ne stanno parlando. Qualcuno si accorgerà che è nato un nuovo desiderio diffusosi tra i molti come un virus intestinale a gennaio, e lavorerà per esaudirlo.
  3. Accadrà, infatti, che qualcun altro (l’Azienda) si inventerà il tutone a forma di unicorno e Mario e i suoi amici lo desidereranno fortissimo, non foss’altro per farsi i selfie e metterli su Instagram. Mario e i suoi amici spenderanno 100 euro per acquistare il pigiama-tuta-unicorno, ma siccome il tutone è fatto di poliestere infiammabile, non lo indosserà mai nessuno perché in casa fa assai caldo e il rischio di incendi è elevato.
  4. Resta il fatto però che qualcuno avrà fatto nascere un desiderio e qualcun altro avrà fatto vedere continuamente a più di 10mila utenti gli unicorni su tutti i canali social, proponendo l’acquisto di un tutone da unicorno inadatto pure a proteggersi dalle arance in mezzo al Carnevale di Ivrea. Quel qualcuno ha lavorato subdolamente per farvi spendere dei soldi. Quel qualcuno sono io. E nonostante sia una specie di nerd devo proprio dirvelo: gli unicorni non esistono!

Ecco, il lato negativo del mio lavoro è questo: non posso fare a meno di ascoltare le conversazioni, siano esse su Umberto Eco o sugli unicorni, trarne spunti economicamente rilevanti e farne una leva per far guadagnare qualcun altro. Sporco mestiere questo, ma che potrebbe diventare il mestiere più bello del mondo, se conversazioni e desideri ruotassero attorno ad argomenti più interessanti di un unicorno.

Torniamo a Umberto Eco, per concludere: non lo stimo come studioso, tuttavia mi dispiace per la sua dipartita, ma fa parte del ciclo della vita. Se però si vuol proprio mostrare una certa coscienza civile attraverso i social, ecco, forse faremmo bene tutti a usarli per piangere morti più gravi avvenute sotto gli occhi di tutti nel silenzio più totale di molti. Ad esempio, potremmo ricordare la morte di Giulio Regeni, di cui fino a 3 settimane fa né io né voi altri conoscevamo l’esistenza. Pure lui, come Eco, era un accademico, però era diverso da Eco, non solo perché di anni ne aveva 28, ma soprattutto perché lui si è sporcato le mani, Umberto Eco non mi pare proprio. Eco si è barricato dietro una pila di teorie totalmente inutili al mondo, il mondo fatto di cose e persone tangibili, quello in cui la gente muore, non quello dell’iperuranio delle idee, ed è morto pingue nella sua casetta. Giulio Regeni invece è morto ammazzato chissà dove mentre cercava una verità che, chi lo sa!, avrebbe cambiato il corso di un secolo di storia.

Ecco, con un abile atto di ribellione e una vera presa di coscienza civile si potrebbe far del bene a chi fa questo lavoro e a voi stessi: se proprio si avverte l’urgenza di condividere con il mondo social qualcosa, sia esso un vostro pensiero o un pensiero altrui, vi prego, condividete le frasi, le fotografie e la ricerca di uno come Giulio Regeni, uno di noi. Indignamoci per i problemi veri e le citazione colte lasciamole all’accademia.

Vi lascio con una raccolta fotografica dal titolo “I fioretti di Sant’UNberto”, un modo ironico, come magari sarebbe piaciuto a lui, per ricordare il nostro amico e la sua inimitabile gestualità. Perché non si dica mai che VirginiaMcFriend è diventato un blog serio!

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 Photocredits: The constellation Monoceros, from Urania's Mirror, (1824).

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