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Ogni volta che entro in un centro di accoglienza mi assale un fervore giornalistico di raccontare con dovizia di particolari e rigore di cronaca le storie di uomini e donne su cui gli italiani hanno edificato castelli di falsità, nutrite dall’ignoranza e dai pregiudizi instillati nel pensiero di molti proprio da quel giornalismo che dovrebbe aspirare a un’informazione obiettiva.

Quando durante l’estate sono entrata per la prima volta in un centro di accoglienza al Sud, a Casa mia, quel desiderio di raccontare è esploso di fronte all’incontro con Elle.

Abbiamo frequentato la stessa scuola io e questa ragazza cosí eterea, eppure tanto forte delle sue idee al punto da sembrare fuori luogo lì, in quel Sud in cui alla nostra età o sei andato via già da un pezzo, o aspetti che un dio senza fiato ti tragga d’impiccio. Abbiamo fumato di nascosto negli stessi bagni e percorso gli stessi corridoi durante la ricreazione, ma non ci siamo mai incontrate in quegli anni, e credo che a volte sia giusto cosí: incontrarsi quando è il momento giusto.

Elle emana un’energia accecante, parla del suo lavoro come di una ragione di vita, un ideale in cui crede e che la rappresenta. Nel suo mondo la carriera coincide con il bene dei 300 ragazzi africani e indiani ospitati dal centro accoglienza che dirige. A 27 anni. Ogni volta che uno di loro ottiene un permesso di soggiorno Elle sa di aver lavorato bene per i suoi ragazzi e nonostante le lobby con cui inevitabilmente è costretta a scontrarsi per avere quei servizi che, al contrario, le istituzioni dovrebbero garantire ai migranti e alle strutture nate per prestare accoglienza, senza troppi se e troppi ma, nonostante le difficoltà oggettive di un lavoro per il sociale in una terra vittima del proprio individualismo, alla fine delle sue 14 ore di lavoro Elle sa di aver dato il meglio di sé per il bene di altri.

Parliamo di noi, delle nostre storie fatte di viaggi e ritorni alla terra madre, dei nostri coetanei troppo propensi a percorrere “la strada facile”, dell’illegalità dilagante al Sud e dell’impotenza di quelli che hanno idee e voglia di cambiare le cose, dell’ignoranza da social cosi dei calabresi di fronte ai migranti, sbandierata a suon di sgrammaticatissimi status su Facebook, dei retroscena dell’immigrazione e della cattiva gestione dell’accoglienza in Italia che ha generato il mostro dell’assistenzialismo facendo di questo paese la terra promessa di disperati ma anche di giovani maggiorenni in cerca dell’Eldorado. Un altrove. Proprio come lei, come me e come tutti i nostri amici che un giorno dei primi anni 2000 son partiti per un altra città, una qualsiasi che non fosse la loro casa.

Prima di salutarci, mi dice di non tornare Elle, perché la Calabria è una terra condannata all’auto distruzione. Io lo so ma ho conosciuto lei e i suoi ragazzi e ancora una volta ho avuto la prova che una Calabria che rEsiste c’è. E quella è la Calabria in cui voglio continuare a credere.

Trovi le altre storie del progetto La Calabria che rEsiste qui 🙂

Photocredits @Radioblackout