fantozzi e filini

Chiamatelo pregiudizio, chiamatelo come vi pare, ma a me il 99% della gente di Milano (autoctona, meridionale trapiantato o milaneside originario dell’hinterland, alias mezza pianura padana), non la digerisco assai. Chiedo venia all’1% dei “milanesi” che stimo, di sicuro non colleghi di lavoro giacché, proprio nel fantastico mondo del lavoro, è molto peggio che là fuori nella vita vera. Sei poi hai la fortuna/sfortuna di lavorare nell’ambito della comunicazione e del marketing, ti ritrovi ogni giorno a fare i conti con certi soggetti che manco* una peste bubbonica potrebbe aiutare a redimersi. Il prototipo del collega di lavoro qui, infatti, è l’arrampicatore sociale.

Tra i colleghi di lavoro è il peggio che ti possa capitare. Io lo ho, quanta fortuna.

Ha la faccia di un fighetto tirato a lucido, tipicamente ha i capelli ossigenati, indossa una taglia 38 e detiene un numero di scarpe indicibilmente superiore a quelle in mio possesso (e vi assicuro che sono parecchie!). E non è gay (così fosse stato, avrei preferito!). Fa l’ape in giacca e cravatta (non l’ape insetto, ma l’ape capito?), perché mica si sporca le mani ad impanarsi una cotoletta, lui che è milanese doc (per discendenza, per partito preso o per stoltaggine!).

Io non ho niente contro gli aperitivi, ma l’idea che questa sia l’unica forma di socializzazione possibile in una città in cui si lavora circa 12 ore su 24 (trasferte casa-lavoro incluse), mi lascia perplessa…

Ritornando al fantomatico collega (mi auguro non sia il vostro), il suo sport preferito è rompere le palle, quotidianamente, in maniera sottile, minando il principio alla base della serenità professionale di tutti i lavoratori o presunti tali: fatti i cazzi toi!

La mia domanda è: per quale assurda e a me incomprensibile ragione vuoi fare il mio lavoro?

Sei così tanto stakanovista da aver bisogno di farti carico anche del mio malloppo di consegne settimanali?

Se è così chiedi pure, con educazione e cortesia, tutto ti sarà dato.

Ma la ragione, quella vera, è un’altra: la sua mania di onnipotenza è sconfinata. Se potesse appendere un occhio di bue (il riflettore usato in teatro dico), sullo specchio del cesso, lo farebbe! Siccome però puntarsi un riflettore in faccia è cosa ardua (ma prima o poi qualcuno inventerà l’occhio di bue tascabile), cosa può fare per farsi notare dai capi supremi?

Ma rompere le palle a me, chiaramente!

Fantozzi e Filini: io mi sento come un mix dei due!
Fantozzi e Filini: io mi sento come un mix dei due!

Sapete una cosa? Alle elementari avevo una compagna di classe che, ogni volta che la maestra mi interrogava e io non sapevo rispondere (storia, ero pessima, credevo che leggere una volta fosse sufficiente a far rimanere impressa nella mia memoria la vita di Napoleone!), ogni volta quella si sbracciava dal banco e sembrava urlare: “Scegli me! Scegli me!“. Ecco, il mio collega mi ricorda tanto la mia compagnella delle elementari (chissà che fine avrà fatto, di sicuro sarà diventata un’insegnante…). Solo che son passati 25 anni almeno, vorrei dire…

*Tipico vocabolo meneghino, no?

Nel prossimo episodio: Storie di lavoratori che rubano lo stipendio (ovvero di gente che non fa un cazzo tutto il giorno!).

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