lavoro web marketing

Chi me lo doveva dire, 10 anni fa

Quest’anno soffio le candeline sul mio primo decennio lavorativo. Un’eternità, se penso al giorno dopo la laurea, in cui tutto mi sembrava grigio e nebbioso. Ma forse era l’effetto dello spumante.

Ad ogni modo, se c’è una cosa che dagli anni Ottanta ad oggi è mutata fortemente, è il concetto di lavoro: mamma, papà, anche se è incredibile a dirsi, io un lavoro ce l’ho. Il mio è un lavoro ambiguo come pochi, perché serve a far fare soldi ad altri, solitamente altri che i soldi ce li hanno già. Tuttavia, il mio lavoro ha due grandi vantaggi: posso lavorare ovunque mi trovi o decidere di non lavorare per 24 ore senza dover avvisare nessuno. L’importante, nel mio lavoro, è raggiungere l’obiettivo.

Nei miei 10 anni da lavoratrice, dipendente o freelance, ho cambiato 5 città, 6 case, 10 coinquiline ma soprattutto ho cambiato lavoro tante volte perché mi annoio, spesso e volentieri. Volentieri, più che spesso. Annoiarsi non è sempre un atteggiamento negativo, anzi. Annoiarsi significa esser pronti a cambiare senza porsi molte domande, essere flessibili, star sempre all’erta, pronti a cogliere la novità.

E che male c’è? Nessuno, anzi! Questo è il lato bello della faccenda, se non fosse che 10 anni di lavoro sono tanti e qualche cosa dovrò pur averla imparata, qualcosa che vada al di là delle competenze professionali, qualcosa che riguardi il fantasmagorico mondo del web marketing, quello in cui 10 anni fa ho iniziato a lavorare senza neanche sapere di cosa diavolo stessimo blaterando, e che riguardi anche le genti – sì, le genti – che in questo settore ci lavorano. Su di loro ho imparato un sacco di cose che NESSUNO MAI VI DIRÀ prima di iniziare a mettere le mani in pasta.

È una guerra, amici miei. Facciamo outing e diciamolo a chiare lettere: siete ancora in tempo per cambiare strada!

retorica web marketing

 

Cose che ho imparato in 10 anni di lavoro

  1. Avere uno stomaco di ferro è indispensabile, anche se sei un fan di Dexter e Six Feet Under, e io lo sono.
  2. Dite ciao al caffè e benvenuto allo yoga, mezz’oretta tutti i giorni a colazione.
  3. Armatevi di picchetto: dovrete costruire una palizzata tutt’intorno alla vostra area di sopravvivenza.
  4. Non guadagnerai mai quello che ti spetta. M A I !
  5. Il cliente ne saprà sempre più di te, soprattutto gli avvocati.
  6. Avrai sempre un/una collega di merda al tuo fianco, ovunque andrai.
  7. L’azienda perfetta non esiste.
  8. Sei tu il datore di lavoro di te stesso.
  9. Non salvi vite umane, tiratela di meno.
  10. La competizione è alta, neanche ti immagini quanto.

Ma non è tutto, potrei continuare all’infinito. Queste sono le ovvietà ma ci sono delle chicche elaborate durante gli ultimi due anni che mi hanno convinta a scrivere tutto ciò. Iniziamo con la mia preferita: la gente mente, ma i cosentini di più.

 

La gente mente, ma i cosentini di più

  1. La gente mente.
  2. La gente che mente proverà a farti scema.
  3. La gente che mente proverà a farti scema e penserà anche di esserci riuscita.
  4. La gente che mente proverà a farti scema e penserà anche di esserci riuscita perché tu, per sfinimento, non li manderai a cagare.
  5. La gente mente ma a Cosenza di più. Io sono di Vibo Valentia.

E sul punto 5 vorrei scrivere un trattato ma mi limiterò a dire che se la caratteristica del vibonese medio è l’accidia, quella del cosentino medio è la falsità.

Amici, quando dite una menzogna a qualcuno, e quel qualcuno è troppo educato per darvi un cazzotto in mezzo alla fronte, ciò non implica che sia un idiota.

Amici, quando mentite a qualcuno ricordatevi che quel qualcuno è umano, che come voi è potenzialmente incline alla menzogna, a quanto pare una caratteristica specie specifica (significa che lo fa soltanto l’uomo: le altre specie viventi, infatti, non mentono consapevolmente), e dunque, come potete pensare di far scemo un vostro compare?

Amici, quando mentite, almeno, fate un paio di prove di fronte allo specchio e preparatevi un discorsetto che fili, almeno dal punto di vista grammaticale, perché non ci vuole Vera Gheno, né tanto meno uno psicoterapeuta, per capire che se diventate rossi e vi si impiastriccia la lingua tra le parole forse – forse – state dicendo una grande, gigantesca, strepitosa cazzata.

Se non sapete chi è Vera Gheno, o se vi pare che quanto scritto fin qui abbia un tono di saccenza, io vi invito a uscire dal blog, quantomeno per leggere chi è Vera Gheno.

 

Nessuno risponderà MAI alle tue domande (men che meno alle tue e-mail)

Il mio peggior difetto è di avere delle aspettative. Jack dice alte, io dico normali. Io ho delle aspettative normali nei confronti delle persone. Che ne so? Che a domanda venga data risposta, ad esempio.

E invece no.

Nel mirabolante mondo del Web Marketing o giù di lì, potrai anche scrivere haiku anziché messaggi Whatsapp, potrai pure essere il Giuseppe Ungaretti delle e-mail di lavoro, ma sappi che nessuno mai ti cagherà. MAI! Perché rispondere a chi ti pone un quesito è una roba antica, nessuno ha più a tempo per darti una risposta anche fosse una emoji. Niente. La gente non si spreca nemmeno a far finta di scrivere qualcosa. E tu stai lì in attesa per venti minuti, sperando che CaterinaPolenta inizi a comporre il messaggio e che compaia il sospirato Sta Scrivendo… in verdolino fosforescente lì, sulla parte alta della schermata di Whatsapp, ma niente. Il nulla. Il buio. Il silenzio. Finché CaterinaPolenta, 5 minuti dopo, risorgerà a vita per PORTI UNA DOMANDA.

E tu che fai, non rispondi?

Rispondi. Rispondi una serie di vaffancuore velati, sperando sempre che CateriaPolenta capisca quanto è stronza e quanto ti stia sulle balle ma niente. CaterinaPolenta è semplicemente una come tanti, non VUOLE rispondere ma VUOLE che tu le risponda. VUOLE. Perché io ho le aspettative e invece la gggeente VUOLE.

E così veniamo al punto successivo.

 

Usi e abusi dei verbi servili

Quando la maestra Rubino cercava di insegnarmi cosa fossero i verbi servili, io stavo attentissima perché la maestra Rubino a me faceva paura per davvero. Alla maestra Rubino continuo a dedicare il mio pensiero, e la mia riconoscenza, ogni volta che un idiota nel mondo là fuori abusa di un verbo servile. La ringrazio per avermi fatto dono di questa conoscenza ignota ai più che oggi ho tanto desiderio di condividere con voi.

 

CHE COSA SONO I VERBI SERVILI E COME SI USANO

La lingua italiana ci fa dono di 3 verbi definiti servili, cioè 3 verbi che “servono” per fare o far fare al nostro interlocutore, qualcosa. I verbi servili sono potere, volere, dovere.

 

verbi servili

Come potete notare, nelle 3 frasi sopra compaiono due simpatici amici dei verbi servili: gli avverbi di gentilezza* (gentilmente) e il condizionale presente (potresti, vorrei, dovrei). Gli avverbi di gentilezza, nella grammatica italiana, non esistono. Me li sono appena inventati io ma chissenefrega perché sono bellissimi e tutti noi dovremmo usarli soprattutto se abbinati ai verbi servili.

Ma quello che amo sopra ogni cosa della grammatica italiana è il condizionale: il tempo della possibilità, dell’ipotesi, dell’eventualità, in cui l’obbligo e l’imposizione dell’imperativo non sono mai esistiti. Infatti, l’imperativo è un tempo verbale talmente odioso da mancare spesso di una persona, la prima, perché altrimenti, se ci fosse un verbo per imporre qualcosa a noi stessi, allora saremmo tutti schizofrenici.

A mio modestissimo parere, è questo il modo in cui i verbi servili dovrebbero essere utilizzati: tempo condizionale e, se possibile, avverbi di gentilezza, posizionati anche meglio di come ho fatto io, che essendo calabrese, tendo a infarcire ogni frase di grazie, per favore e a chi te muort. Tutto il resto è puro monologo e io ai monologhi non rispondo. 🙂

 

Perché questo lavoro – evidentemente – non fa per te

Questo lavoro non fa per te se sei una persona:

  • Sensibile: a me, ci è voluta una malattia autoimmune per sopprimermi i sentimenti. Per fortuna che la malattia è arrivata, altrimenti sarei rimasta la sensibilissima deficiente che, l’ultima volta, si è fatta licenziare a causa di un’isterica, pure raccomandata. Sotto i cieli bruzi succedono anche fatti come questi. Sotto i cieli meneghini si chiamerebbe MOBBING. Qui invece non si chiama. Punto.
  • Giustizialista: pensate piuttosto a fare l’avvocato, ‘che tanto, considerato l’andazzo, fareste sempre in tempo a cambiare settore e ad autoproclamarvi ESPERTO DI WEB MARKETING, SOCIAL MEDIA E SEO PRESSO ME STESSO.
  • Brava! Quelli bravi stanno sulle balle a tutti, quelli bravi sono sottopagati e, soprattutto, quelli bravi amano fare il proprio lavoro BENE! La gente là fuori lo sa e il mondo del Web Marketing è pieno di improvvisati che non aspettano altro che di mettere la firma sotto al tuo progetto. Il tuo, hai capito bene, il TUO.

 

Frasi celebri sentite in 10 anni di lavoro nel Web Marketing

  • Qui non siamo a Milano (cit. la collega di merda calabrese).
  • Tu non ti preoccupare: cancella tutto che tanto non se ne accorge nessuno (cit. il Marketing Manager).
  • Google sbaglia. (cit. l’avvocato, SEO specialist presso se stesso).
  • Ma Lei scriva 27K, che poi lo giustifico io agli investitori (cit. il CEO).
  • È sparito tutto (cit. il cliente ansioso).
  • Per tra mezz’ora va bene? (cit. il cliente omnicentrico).
  • Però non so se ti posso dare qualcosa (cit. la Start-up di merda).
  • Ci penso e ti faccio sapere (cit. l’amico).
  • Io voglio essere il migliore! (cit. l’agenzia che paga 50 euro al mese per fare tutto).
  • Chieda in Amministrazione (cit. l’Amministrazione).
  • Non si può fare (cit. l’IT).
  • Hai provato a svuotare la cache? (cit. sempre l’IT).

Qui la lista è esageratamente articolata e sono certa che chiunque di voi, là fuori, potrebbe aiutarmi a rimpolparla. E suvvia, non ve la prendete a male, cari amici IT, Amministrativi, CEO, Avvocati e clienti vari! Questo articolo è stato partorito esclusivamente per la salvezza dei giovani 18enni, lì, lì per scegliere di lavorare nel Web Marketing. Perché a me, 10 anni fa, tutte ste cose, chi avrebbe mai potuto dirle?

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