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Raccontare storie autocelebrative mi secca un po’, ehpperò! questa storia qui è importante secondo me, perché racconta di un viaggio al contrario partito da Sud per andare a Nord, e ritorno. Quando nel 2012 da Parigi sono rientrata in Italia non potevo accettare di stare rientrando a Milano, l’unica città in cui sin da sempre avevo deciso che non avrei mai vissuto. E figurarsi poi accettare di viverci per tutta la vita perché insomma, se a 28 anni ti ritrovi con una laurea in tasca da 4 e il lavoro tarda ad arrivare si sa, è Milano la città in cui il lavoro non mancherà mai. Tuttavia, gli anni di vita milanese – ben 4 – sono stati segnati dal disagio, perché se uno vive in un posto che proprio non gli è congeniale si sente a disagio, che ne dite? E i milanesi – d’origine o trapiantati – potranno tessere lunghe lodi su questa città ma la verità è che Milano non è una città per tutti, soprattutto per quelli come noi.

Noi siamo una coppia di pantofolai. Ci piace scrivere, ci piace leggere, ci piace andare al cinema e alle mostre. Ci piace anche andare ai concerti metal dove sudiamo molto e ci agitiamo vagamente in mezzo alla folla conquistandoci a gomitate una mattonella dell’Alcatraz, e poi tornare a casa e farci una tisana prima di andare a dormire – io – una fetta di caciocavallo – lui. I venerdì sera li abbiamo trascorsi più sul divano che sui divanetti di un lounge a fare l’aperitivo, perché a noi fare l’aperitivo non piace, ci annoia molto. Quel casino di fondo, ma perché se si può organizzare una giocata in casa con gli amici e mangiare la pizza con le mani? Non ci piacciono i vestiti – giriamo in costume da bagno anche a dicembre, ‘che del resto siamo terroni, noi -, non ci interessa l’ultimo ritrovato della cosmesi per combattere i segni del tempo né tantomeno il calcio, le automobili o gli eventi letterari snob. Noi i libri li compriamo al Libraccio a due euro l’uno. Tutto questo non ci piace perché ci abbiamo provato ad appassionarci a queste cose ma proprio no, siamo un po’ snob anche noi e preferiamo la decrescita felice, l’orticello da cui attingere i pomodori d’estate e la verza d’inverno, senza forzature alla natura. Ci piace fare il nostro mestiere, ma non lavorare più del dovuto. Non siamo uomini e donne Accenture. Ci abbiamo provato e i soldi guadagnati sono finiti in medicine. I soldi non ci piacciono, ci servono per fare cose ed è bene averli, ma proprio non ci piace la logica che li comanda.

Insomma, siamo due babbei con gli occhi azzurri e la pelle chiara ma null’affatto nordici. Anche fieri delle nostre origini, diciamolo via. Tanta fierezza ostentata io 4 anni fa non l’avevo mica. Anzi! Fuoco e fiamme sulla Calabria, terra di malavitosi e stolti. E lo è. Lo rimarrà. Ma Milano mi ha insegnato che devo amare le mie origini perché sono belle, sono radici grosse piantate nel terreno, come quelle degli ulivi. Io non sono una tulipano da vaso. Non sono una gerbera da balcone. Sono un ulivo. E sì, a me il mio accento piace, pure l’aspetto sciatto, i capelli tagliati male, la borsa del mercato. A noi piace così. Ci piace così tanto che abbiamo deciso di fare un passo indietro, quel passettino lì fondamentale che ci consentisse di tirarci fuori da un vortice terribile, veloce, che in un battito d’ali ci avrebbe visti fatti e finiti alla fine dei nostri anni senza aver concluso niente in ogni senso.

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Alessandro Gottardo aka Shout – illustrazioni per “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver

Il sogno degli ultimi 4 anni è stato quello di tornare a casa, di essere cervelli di ritorno al contrario dal Nord a Sud, come pochi fortunati hanno avuto pazienza e ardire di sognare ed essere. Quante ore abbiamo speso ingegnandoci sul come, cosa fare, quale idea avremmo potuto importare che cambiasse la vita a noi e aprisse una nuova strada laggiù. Pensieri presuntuosi che non si sono mai concretizzati, perché per tornare ci vuole pazienza, l’attesa è lunga. E poi ci vuole la botta di culo. La botta di culo è fondamentale e noi l’abbiamo avuta.

Ci vuole culo e – suvvia! – bravura ad essere cervelli di ritorno a Sud per fare il lavoro tuo, quello per cui hai studiato e per cui hai vissuto e sgobbato a Milano nella sofferenza estrema del non sentirsi a casa. Non essere a Casa è una sensazione terribile, io non la auguro a nessuno.

L’anno scorso, un perfetto sconosciuto, mi ha detto che ho un problema di territorialità. Lo ha detto dall’alto del suo snobismo sfoggiando inglesismi semanticamente vuoti ma il senso era quello: finché starai qui non concluderai niente perché qualsiasi cosa tu farai avrà come obiettivo il ritorno, non la cosa in sé. Aveva ragione. E infatti anche per questo ho scelto d’essere un cervello di ritorno. Perché Milano ti impartisce tante lezioni importanti, ti insegna a gestire i conflitti lavorativi anche se sei un tipo iracondo, ti insegna a tirare tardi la notte (NOTTE), perché il cliente quel progetto lì lo vuole per ieri, ti insegna il dono della bilocazione, della velocità che manco Flash, per cui dalle 19 alle 19:30 Wonder Woman fa la spesa, và alla posta, chiama la signora Madre McFriend per la telefonata di rito, saluta la vicina 90enne scambiandoci pure 4 chiacchiere, prepara la cena, prepara il pranzo per la schiscetta del giorno dopo, mette su una lavatrice. A volte, si toglie anche le scarpe. Milano ti insegna a non fermarti MAI, a non essere pigro, afflitto dal fatalismo che affligge il calabrese medio. Milano ti insegna ad essere sindacalista (non che non lo fossi già, ma insomma, c’è sempre da imparare!), a usare con criterio la formula magica “è un mio diritto“, a essere puntuale agli appuntamenti e a non dover chiedere la ricevuta dal dentista perché quello te la fa e basta. Non è sempre così, non è sempre un mondo pulito e ordinato, ma spesso lo è mentre il Sud non lo è mai. Ma non me ne frega niente. Io a Sud ci voglio tornare lo stesso con la valigia piena di questi insegnamenti qui, sono agguerrita e pronta a cazziare chiunque pur di cambiare un pochino le cose.

Alessandro Gottardo Shout illustrazioni cattedrali carver
Alessandro Gottardo aka Shout – illustrazioni per “Cattedrali” di Raymond Carver

Sono andata via dalla mia terra con odio, urlando contro i miei coetanei corrotti e oggi li vedo lì fermi, con la stessa valigia vuota di allora e niente in mano. Io no, sono partita snob e torno snob con la valigia piena, pronta ad affrontare una guerra in casa tipica del cervello di ritorno,’ che la mia terra la voglio bella d’estate e d’inverno, che i miei figli non li voglio offesi da nessuno perché parlano dialetto e c’hanno le scarpe rotte ai piedi. Io i miei figli li voglio calabresi fieri d’esserlo.

Ordunque, siamo ufficialmente cervelli di ritorno a Sud. Uno Scrittore-Ingegnere e una Marketing-Qualcosa a Sud. Applausi gente! <3

Photocredits: Alessandro Gottardo aka Shout 

Inspiration: Raymond Carver's novels

 

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