scarpe-di-vernice-nere

Quando avevo 13 anni e avevo appena iniziato a frequentare il liceo contavo i giorni che mi separavano dal mio trentesimo compleanno. Il 19 aprile 2015 sembrava una data così lontana e oscura. Il 2000 sembrava così lontano e oscuro e presagivo che mai nella vita sarei arrivata a vedere l’Armageddon. Invece sì, Armageddon (il film) e il 2000 li ho visti e cammin facendo ho imparato ad avere trent’anni e a saperli gestire, benino orsù.

Era il 1998 e quando provavo ad immaginarmi trentenne vedevo solo un paio di scarpe di vernice nera giocherellare sotto una scrivania. Di vernice nera, come quelle che indossavo da bambina perché sì, ero una bambina fanatica, cantavo davanti allo specchio e facevo moine. L’adolescenza è intervenuta salvandomi dal rosa shocking e da tutte quelle cagate che terminano in “a” tipo gonna, facendomi essere l’adolescente sciancata che molti ricordano e che diciamocela tutta ancora sopravvive da qualche parte.

Sciancata è un termine che mi ha felicemente e amorevolemnte appioppato mia madre per descrivere il fascino elegante dei jeans strappati e delle catene appese alle tasche dei pantaloni che puntualmente si incastravano nella sedia quando a scuola mi alzavo dal banco perché chiamata all’interrogazione di filosofia. E quello rideva, il prof. dico, se la rideva un sacco perché puntualmente rimbalzavo giù sul sedile per colpa delle catene. Insomma trent’anni li ho e si vedono tutti perché se andassi a lavoro con le catene attaccate ai jeans mi licenzierebbero. Anzi, mi licenzierebbero pure se andassi a lavoro in jeans quindi va bene, 30 e sto.

E quindi si vedono, che so, nei capelli bianchi che cerco di camuffare con l’hennée rosso indiano anche se a quei capelli bianchi ci tengo assai manco fossero gatti miei perché mi son spuntati tutti in una notte dell’agosto del 2009, la notte in cui ho messo il punto all’ultimo capitolo della tesi e il pc è morto sul tavolo della cucina di casa a mare. Morto. E la tesi l’ho dovuta mezza riscrivere in 10 giorni.

Avere trent’anni significa anche rispondere che “No, non posso fare pausa, ho del lavoro da finire”. E avere trent’anni significa pure accettare che nel parlare quotidiano intervengano vocaboli quali straordinario e dichairazione dei redditi e canone RAI, robe che non ho ancora capito bene come una persona normale possa gestirle tutte e pure abbastanza bene senza dover assumere una segretaria o uno psicoterapeuta!

avere-trent-anni-troppe-cose-da-fare-e-neanche-il-tempo-per-pensarci-damnEbbene, mi rendo conto di avere trent’anni pure quando vado in bagno e no, non leggo i Dylan Dog impilati sul nostro nuovo mobiletto IKEA che sta tanto bene nell’angolo del gabinetto ma invece leggo le riviste di Tecnocasa e guardo i giardini e sogno i gatti che forse un giorno potrò tenere in una casa che si dica casa e non una casa alla milanese in cui il gatto non mi si suicidi per depressione e solitudine perché non sa dove zampettare tutto il dì!

E che vuol dire avere trent’anni lo capirete pure voi perché così o pomì li avete (o li avrete) un giorno e c’è chi si dannerà all’idea di avere enta anni ma lo dirà al mondo con un sorriso in falsetto che tradotto vorrà dire “Ne ho trenta ma mi sento un 19 enne e dimmelo che lo sembro pure, dai!”. E ci saranno pure quelli che ne faranno un affare di stato coinvolgendo chirurghi plastici e psicoterapeuti (sempre loro), nel passaggio da un’era all’altra per rendere il trapasso meno doloroso, una sorta di viaggio spirituale verso la demenza. E va bene. E ci saranno poi quelli che si ubriacheranno fino al coma etilico con gli altri amici trentenni e in allegria vomiteranno l’anima sotto un portico. E va bene pure voi. E ci saranno quelli che coglieranno l’occasione per fare il Cammino di Santiago, visitare Lourdes o, per i più freakettoni, visitare in treno l’India con lo zaino tra trekking in spalla e le sempre amate Birkenstock. Anche voi, va bene . Vi puzzeranno pure i piedi ma che cacchio vuol dire avere trent’anni lo capirete pure voi.

E infine ci saranno gli intramontabili, quelli del macchissenefrega di avere trent’anni.

Sì, il chissenefrega in santa pace!

Ho trent’anni, i capelli bianchi, vorrei millemila gatti, mangio le Pringles e i Fonzies e poi mi lecco pure le dita, cerco casa con giardino, vado a correre se non ho attacchi di pigrizia, lavoro 8 ore al giorno se è un giorno buono, guardo al tv, guardo The Voice in Tv e m’incazzo pure quando Piero non pigia quel caspita di pulsantino per pigliarsi l’ennesima rockettara, leggo i giornali né di destra né di sinistra perché voglio una informazione apartitica, gioco ai video giochi col mio compagno, mi ubriaco con un bicchiere di Sangue di Giuda, odio i bambini, mi piacciono i bambini altrui, mi taglio a sangue con i fogli di carta, poi mi faccio salvare da colleghe, trentenni pure loro, che per fortuna in borsa tengono una farmacia, faccio le bastonfoto con le mie colleghe, poi vado in meeting saltellando sui tacchi, leggo saggi sulla storia del cancro, leggo fumetti, guardo i cartoni animati, riempio il frigo di verdure e il freezer di sofficini.

Ho trent’anni e sono un crogiuolo di serietà, stoltaggine e scemerie. E va bene santo cielo, va bene assai!

Vi lascio con una infografica, ‘che se siete arrivati a leggere ‘sta spataffiata fin qui vi meritate pure un premio. Del resto avere trent’anni vuol dire pure avere il fiato corto e la vista di un gatto orbo per cui sì, vi meritate proprio un premio.

  • Euforilla

    Boh, io mi sono commossa… e ho riso… e soprattutto mi sto chiedendo: che lavoro fai che hai i tacchi, non-i-jeans, e fai le bastonfoto??? XD

    • Che carina Saturilla <3 Anche la lacrimuccia ci sta (io ho pianto per tutta la mattina per dire, ma perché non avevo i miei con me ad esempio, che mammarola!).
      Eh, un lavoro da jeans al venerdì, come Milano vuole…

  • Valentina Chiefa

    “Quelli che si ubriacheranno fino al coma etilico con gli altri amici trentenni e in allegria vomiteranno l’anima sotto un portico”. Eccomi. Presente! Anche se ormai sono già verso glia anta! Ma quanto sballano gli enta, no? Grazie Fede. Ci hai fatto ridere, e commuovere.

    • Vale! Io auguro a te, a me, a tutti, di avere sempre occasioni per bere un bicchierino in più in allegria sotto un portico ovunque sia, perché quelle, enta o anta a parte, son le cose belle e vere della vita. Quando vuoi, a Milano c’è un nuovo lungo Naviglio pronto ad accogliere nuove storie e cin- cin-nate 😉