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Il mese di febbraio, nonostante la sua brevità, porta novità e pure febbri. Febbri lunghe, di quelle che regalano interminabili settimane in posizione orizzontale, una dozzina di articolazioni slogate e la necessità di una rinoplastica. Queste febbri regalano però anche la possibilità di redimersi e mettersi in pari col mondo, giacché il lavoro mangia il tempo e la fuori c’è ancora gente che non ha mai visto Game of Thrones. Noi. Noi siamo quella gente lì, quei Bruti. Orbene, febbraio con le sue febbri ci ha consentito di sopperire a cotanta mancanza e dunque sì, anche Jack e io siamo ora tra quelli che, nei momenti di vuoto neuronale post lavorativo, odono in lontananza la scalpitante colonna sonora de Il Trono di Spade. E presto, quando avremo finito tutte le stagioni arretrate, presto anche noi diremo la nostra sul tema e twitteremo interminabili tweet sull’argomento e sul dannato George R. R. Martin. Ora, piuttosto, qualcuno tra voi saggi ci passi la quarta stagione, ‘che non si trova in nessun modo. Siate buoni <3

Certo, non di sole serie tv è fatta la convalescenza, ‘che pure di libri dobbiamo nutrirci. E infatti, per dar seguito alla Reading Challenge del 2016, sul letto del moribondo è arrivato pure l’ultimo ordine fatto al Libraccio, che con sé ha portato, tra gli altri, Anime Nere di Gioacchino Criaco, made in casa Rubbettino Editore di Calabria.

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Che c’entra Game of Thrones? Beh, la frase quassù la dice lunga, eppure la storia di Amine Nere non è ambientata ad Approdo del Re ma in Aspromonte, in Calabria. Una terra più simile alla Barriera che al resto del regno, tanto per essere precisi e non dare adito a false speranze. Del resto, un posto che si chiama Aspro-monte, che amenità potrebbe offrire? E invece no, stolti etimologi! Offre, ad esempio, paesaggi bellissimi degni d’essere paragonati alla campagna toscana con terrazza sul mare, perché affacciandosi a destra e a manca, sembrerà di potercisi tuffare nello Ionio o nel Tirreno, a voi la scelta.

La trama di Anime Nere, siamo seri

Ci sono Luciano, Luigi e il terzo uomo, che poi è anche quello che ci racconta la storia. Chiamiamolo Pasquale, suvvia. Ci sono questi tre liceali che abitano all’Aurora, una ruga di un paese qualunque nella Locride, alle pendici dell’Aspromonte. I tre sono i figli dei boschi, perché insieme, tra una versione di latino e un aoristo ben declinato, fanno dei lavoretti per tirare su qualche soldo. Lavoretti tipo ammazzare il porco, che non è il povero maiale ma è l’ostaggio, quello che di prassi veniva rapito, portato sull’Aspromonte, nascosto in una baracca in attesa del riscatto, e poi rispedito a casa sua, su, al nord. I tre lo fanno perché hanno un sogno, un sogno umile, come i i sogni dei protagonisti di Game of Thrones. E quindi un giorno decidono di investire 700mila lire in armi. ‘Che vuoi conquistare Approdo del Re senza armi?

Succede poi che un giorno Luciano, Luigi e Pasquale fanno un colpo più grosso degli altri: si tratta di molti soldi, e per averli sono state coinvolte troppe persone, inizia a morire gente. Come accade tipo in ogni puntata de Il Trono di Spade. Ti sei affezionato a zio Tonino? Ciccia, lui muore. Allora zia Maria Concettina, che faceva gli gnocchetti a mano la domenica mattina? Niente, pure lei muore, nella pagina successiva.

Ad ogni modo – se riuscirò a mettere da parte questa mia impertinente irriverenza andrò avanti con la trama, signor Criaco non me ne voglia, io ho preso sul serio il Suo libro e l’ho amato davvero tanto, ma di scrivere una pedante recensione proprio non mi capacito – ha inizio così la storia dei tre non più adolescenti che dalla Calabria sbarcheranno a Milano per dare inizio alla loro carriera da mafioso meridionale in trasferta al Nord. E qui iniziano pure gli anni Ottanta, e io non ho potuto fare a meno di immaginarmeli questi tre, mentre entravano baldanzosi in una discoteca di Milano col colletto della giacca bianca alzato sulla nuca e le scarpe di vernice, aprendosi a falcate un corridoio tra le tipe milanesi coi capelli cotonati e il trucco sbrilluccicoso (SBRILLUCCICOSO, Ohi Crusca!), sulle palpebre. Anni Ottanta, tornate da noi, ve ne prego <3

A questo punto termina la parte più corale del libro e inizia l’atto più bello, secondo me. Anime Nere spiega velatamente una cosa molto importante, che i giornalisti non spiegano mai, perché del lato umano della gente non gliene frega niente, ai giornalisti. Se il giornalista italiano medio vuole suscitare empatia usa altre leve: parlerà di gatti, scriverà di orsetti bruni e redigerà un report sui neonati lanciati dalle finestre da madri psicotiche, mica analizzerà le radici antropologiche della mafia! Ad ogni modo, Anime Nere racconta assai bene un passaggio generazionale interno al sistema-mafia, tale per cui una volta c’erano i mafiosi dei sequestri di persona, gente povera che desiderava un tenore di vita migliore, dei Robin Hood con la doppietta in mano. Poi però sono subentrati i mafiosi moderni, figli di quella generazione lì di pastori ignoranti con la pistola in mano, i mafiosi dei giri di droga e degli omicidi per fatti di soldi, un mondo non troppo nascosto, quasi pulito a suo modo, perché popolato da gente come me e come voi che prende la metropolitana ogni giorno, fa la spesa al supermercato il sabato mattina, mangia il suo risotto al ristorante e pure il sushi da Poporoya, suvvia. Questa mafia è sopravvissuta alla precedente, perché si è saputa nascondere meglio nella folla e perché ha ucciso coi guanti, da lontano, sotto falso nome e con la connivenza di molti potenti.

A un certo punto Anime Nere cambia tono. Dai rilassanti paesaggi agresti eravamo entrati nella città grigia, vista dall’alto, raccontata attraverso la strada, una città a suo modo viva. Con un cambio di prospettiva cinematografico, il tono diventa più intimo e sussurrato, nuovi stati d’animo colorano i personaggi e il racconto prosegue da dentro gli appartamenti della Milano bene. Qualcosa è cambiato: i figli dei boschi iniziano ad avere paura. Negli anni Novanta anche le pubblicità in tv si facevano più insistenti e la faccenda dei morti per overdose iniziava ad essere considerata un problema serio. Finalmente, un giorno, la giustizia italiana decise di impartire pene più pesanti agli spacciatori e da quel giorno Anime Nere ricostruisce la storia della presa di coscienza di un popolo e di un sistema rispetto a un tema di cui prima era più facile e conveniente tacere.

Anime Nere, è l’unico romanzo sul sistema-mafia scritto da uno che la mafia l’ha vissuta per davvero da un lato e dall’altro della barricata. Gioacchino Criaco è nato ad Africo, provincia di Reggio Calabria, pendici dell’Aspromonte, nel cuore della Locride. Sfido io che abbia trascorso una infanzia lontana dai figli dei boschi, perché anche se non lo sai, alcuni di loro sono i tuoi compagni di classe, certe volte. Oggi, Gioacchino Criaco, oltre ad essere uno scrittore, è un avvocato, nel tempo libero, dice. Il sistema giudiziario italiano lo conosce parecchio bene eppure, onore al merito, in Anime Nere lo percepisci soltanto. Anche nei passaggi più complessi, i cosa-come di una legge, i processi, le dinamiche dei rapimenti, i dettagli nelle descrizioni delle armi, percepisci molta competenza, di quella che scatena curiosità e ammirazione per una scrittura così pulita e fluida, anche quando qua e là spunta un parlato in dialetto calabro.

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Ho due ricordi di quando ero bambina e Anime Nere ha contribuito a risvegliarli. Sono due ricordi televisivi. Il primo è il tg della sera (‘che lo guardavo già ai tempi, sì): sul finire degli anni Ottanta i rapimenti andavano ancora molto di moda e non riesco a togliermi dalla testa parole come sequestro, pozzo, murato, uno bianca, riscatto. E l’altro è una pubblicità per cui ancora oggi tremo all’idea, la prima pubblicità contro la droga mandata in onda in tv. A guardarla oggi – se ci riuscissi – potrei parlarne per ore, da un punto di vista professionale. Ma ai tempi, trovarmi di fronte quella testa, vederla ruotare e gli occhi bianchi, sbarrati, vuoti!, era davvero causa di angoscia. In un modo catartico questo libro mi ha spiegato la realtà di quelle parole e immagini, contribuendo un po’ ad alleggerire il significato che avevo elaborato da bambina, ingiantito fino a diventare un oggetto di paura.

Una cosa assai importante ci tengo proprio a dirla: prima di guardare il film del bravissimo Francesco Munzi, leggete il libro, per campanilismo, perché Criaco c’ha il faccione simpatico, oppure perché oggi in casa McFriend è un giorno di festa e ho deciso di salutarvi regalandovi la ricetta dei pancakes nell’immagine di copertina, che potrete comodamente gustare sul divano non appena uscirà l’ultima stagione di Game of Thrones! <3

Ricetta per 8/9 Pancakes

Cosa vi serve

  • 1 uovo intero
  • 300 ml di latte
  • 2 cucchiai da tavola di olio di semi (30 ml)
  • 250 gr di farina
  • 1 cucchiaio da tavola di zucchero (15 gr)
  • 2 cucchiaini da the di lievito per dolci (10 gr)
  • 1/2 cucchiaino da the di bicarbonato di sodio (2 gr)
  • 1/2 cucchiaino da the di sale

Cosa dovete fare

  1. Unire gli ingredienti in polvere TRANNE il lievito
  2. Aggiungere il latte
  3. Aggiungere l’olio
  4. Sbattere l’uovo a parte e unire al composto
  5. Infine, aggiungere il lievito
  6. Cuocere in una padella bassa con fondo piatto (15 cm di diametro è l’deale). Strendere un sottile strato di olio (meglio imbevere della carta assorbente e strofinarla sulla superficie). Con un mestolo PIENO stendere la pastella e ribaltare il pancake a doratura ultimata. Il Pancake più alto è, meglio si mangia 🙂

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