Corri, scatta, ama: intervistella al fotografo Geoff Cordner

Una volta, quando ero assai giovine, andavo ai concerti metal e benché molti stentino a crederci, pogavo. Avevo delle amiche sceme con cui ci divertivamo a dire cose sceme e fare cose ancor più sceme. Ci divertivamo un mondo però, e pogavamo. Io facevo pure le foto sceme a quei concerti lì, un po’ come Geoff Cordner, il fotografo dall’occhio punk del giorno che – onore e gloria a Facebook – ho intervistato proprio qui sotto!
Ehssì, perché un bel giorno di due anni fa ho iniziato a scrivere questo articolo, parte di una lunga serie dedicata ai fotografi vivi o morti fuori dai circuiti museali e scoperti per caso in una libreria francese o nell’infinito mare dell’Internet. Così è stato anche per Geoff Cordner. L’articolo è finito sempre più giù tra le bozze di questo blog finché qualche settimana fa non è riemerso e mi sono detta che Oh! Buon Belzeblù! Geoff Cordner è vivo! Ma perché non intervistarlo? E così, una chat di Facebook dopo l’altra, in un inglese maccheronico (il mio), è venuto fuori quanto segue. E sono pure molto felice. Ed emozionata. Felice ed emozionata, parafrasando la Carmençita nazionale.

 

Chi è Geoff Cordner e perché è uno dei miei fotografi del cuore

I percome e i perché sia giunta a conoscere questo fotografo affondano nei lontani anni dell’università e li ho anche bellamente rimossi insieme a qualche litro di vino scadente ingurgitato all’epoca. Tuttavia nel tempo ho continuato a seguirlo e la conclusione è stata che le sue fotografie mi piacciono perché un pochino raccontano di un passato che mi appartiene, ma soprattutto perché il suo è un occhio disincantato e se ci fossimo conosciuti nel 2003, saremmo di sicuro diventati grandi amici.

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Come altri, ha attraversato fasi – personali e artistiche – ben diverse. Prima la fotografia punk, poi la fotografia di moda a Milano, il reportage durante la campagna elettorale di Obama, la fase naturalistica e pure la ritrattistica. Oggi scatta un sacco di fotografie alle lande desolate degli Stati Uniti e continua a raccontare il mondo in movimento, perché Geoff Cordner corre un sacco, ma proprio un sacco. Il perché ce lo dice lui nell’intervista.

Intervista a Geoff Cordner

Ciao Geoff! Grazie per aver accettato di dedicare del tempo a questa intervista! Iniziamo con una domanda sul tuo passato: ci racconti quando e perché hai scattato la tua prima fotografia?

Era il 1979, o giù di lì, e stavo realizzando delle locandine serigrafate per alcuni concerti punk, utilizzando le fotografie realizzate da altri fotografi che conoscevo. Per poter usare quell’attrezzatura sono dovuto sgattaiolare nel Dipartimento di Arte dell’Università del Texas nel bel mezzo della notte! È stato difficile programmare tutto il lavoro, soprattutto perché non sapevo se e quando il fotografo mi avrebbe portato il materiale. Dopo molte notti buttate via nell’attesa, capii che sarebbe stato più facile scattare da me le fotografie di cui avevo bisogno. Ma non avevo mai avuto l’intenzione di diventare un fotografo.

 

Quali sono i 3 fotografi che ti hanno ispirato o che continuano a farlo?

L’ispirazione più grande me l’ha data Robert Frank. Tutto quello che ha realizzato è eccezionale.

Il primo ad ispirarmi invece è stato Walker Evans insieme a tutti i fotografi della FSA che hanno documentato la Grande Depressione. Quando ero soltanto agli inizi, mi hanno affascinato in ogni modo con libri – Steinbeck’s Grapes of Wrath in particolare – e il racconto che hanno fatto della storia, la politica, le difficoltà e l’incredibile dignità umana di quell’epoca.

Infine Irving Penn: Penn è un intoccabile.

 

Le prime fotografie che ho visto sono quelle che hai scattato tra gli ani Ottanta e Novanta. Alcune sono davvero intime e fanno capire che per scattarle tu stesso hai vissuto quell’intimità. Ti andrebbe di raccontare il dietro le quinte di una di quelle foto?

Una mattina ero nel mio appartamento e ho guardato la mia compagna. Non si era depilata bene e aveva anche le mestruazioni quel giorno, e si intravedeva una striscia di assorbente. Ho tirato fuori la macchina fotografica e ho scattato una fotografia a questo particolare. In un certo senso, questo potrebbe sembrare un modo di vedere la donna come un oggetto, ma non lo è. Al contrario, si tratta di uno scatto molto personale, anche se non puoi vedere il suo volto. Probabilmente è molto più personale e intimo di tante altre fotografie in cui ho immortalato il suo viso. Questa è la fotografia di un anonimo cavallo che potrebbe appartenere a qualsiasi donna, ma è una immagine molto realistica perché rappresenta esattamente il modo in cui lei si sentiva quel giorno, con l’assorbente e i peli incarniti e il resto. Guardandola ho pensato che fosse bella e attraente e ovviamente eravamo molto vicini. Penso che quella fotografia mostri tutto questo, perché lei in quel momento non stava cercando di essere niente altro se non ciò che era quella mattina, e io volevo raccontare esattamente questo, niente di più e niente di meno.

Apri gli occhi mentre stai baciando qualcuno. Non riuscirai a mettere a fuoco l’immagine se sei troppo vicino. Vedrai un terzo occhio al centro della fronte di chi ti sta davanti.

Osserva mentre stai facendo l’amore, presta attenzione a ciò che vedi. Vedrai gli arti entrare nel tuo campo visivo da ogni angolo. Quasi tutto avrà una distorsione grandangolare. Tutte le regole della composizione saranno rotte.

Prova a scattare le tue fotografie per come esse dovrebbero essere realmente. Prova a capire cosa stai vedendo veramente e il modo in cui lo vedi. Decostruisci le cose e presta molta attenzione al contesto.  Poi ristruttura il contesto. Cosa succede se guardi un segnale stradale e contemporaneamente la scena che gli sta dietro, oppure se lo guardi isolandolo dal resto? Probabilmente il significato sarà completamente diverso da quello che avevi immaginato.

Per scattare fotografie intime bisogna scattare fotografie che immortalino le cose per come esse sono in quel preciso momento. E sì, certo, devi vivere a contatto con il tuo soggetto, essergli vicino, se vuoi riuscire a scattare foto simili. Devi essergli vicino per poter vedere tutto questo.

geoff cordner Jordi and friend 1994
Jordi and friend, 1994

 

Geoff Cordner The Chanel Twins 1994
The Chanel Twins, 1994

 

Quale macchina fotografica hai utilizzato per scattare le fotografie del periodo punk?

Sono state scattate tutte con una Olympus OM-10.

 

Se ti dicessi che sei un fotoreporter, che ne diresti? Molti professionisti hanno discussioni accese tra di loro, a proposito di cosa significhi essere un fotoreporter oggi. Tu che ne pensi?

C’era un canale TV che si chiamava Court-TV che poi ha cambiato nome in Tru-TV (non so come si chiami adesso). Trasmetteva soltanto documentari ma quel tipo di documentari squallidi tipo le udienze per concedere la libertà vigilata ai membri della “famiglia” Manson e roba simile. Lo slogan di quel canale era “Più della semplice realtà: attualità!”.

Reality, attualità, documentario, sono diventati un feticcio. Penso che ormai non significhino più niente. Sono soltanto forme di spettacolo. Non so che cosa significhi ormai essere un fotoreporter. Credo che quanto di più vicino sia una persona che filma in diretta su Facebook una sparatoria della polizia o qualcosa di simile. La macchina fotografica nel tuo smartphone può fare quasi tutto e realizzare qualsiasi tipo di foto o video. Tutto quello che devi fare è inquadrare e schiacciare un pulsante. Qualsiasi cosa al mondo viene documentata e la gente crede a qualsiasi cosa voglia credere. I fatti esistono ma non fanno parte della cultura moderna.

Chiunque scatti una fotografia con il cellulare è un fotoreporter. Credo. Se fai una foto al tuo cibo, hai appena fatto un reportage sul tuo cibo. Non sono sicuro che sia meno importante della montagna che ho fotografato la scorsa settimana o dell’eroinomane che ho fotografato 20 anni fa.

Ciò detto: poche persone sono capaci di offrire un punto di vista nuovo sulle cose che vediamo ogni giorno e in qualsiasi cosa c’è un sacco di valore se le persone le guardassero in modo nuovo, anche solo per un momento. Ora che chiunque ha accesso ai mezzi per diventare un fotoreporter, c’è un sacco di gente in giro che lo fa. Il problema è se è diventato più difficile scovare il loro lavoro, visto che in giro c’è così tanta banalità, da scansare, prima di arrivarci.

 

Cosa consiglieresti di fare a un giovane fotografo che voglia specializzarsi nel reportage fotografico?

Indossare i tappi per le orecchie. Non sto scherzando. Il mio udito è stato completamente danneggiato dagli altoparlanti durante i concerti, in cerca dello scatto perfetto.

Se ami i musicisti perché li fotografi? Non fotografare loro ma quello che fanno, la ragione per cui tu li vai ad ascoltare. Come puoi rappresentare visivamente il loro sound e quello che ti fa provare? Il tuo compito è raccontare ciò che stai provando e di raccontarlo attraverso le immagini. Devi superare i confini dei sensi per farlo.

 

geoff cordner Cory & Sandra
Cory & Sandra

 

geoff cordner Winter in her bedroom
Winter in her bedroom

Dalla scena punk alla fotografia di moda, la tua arte è cambiata negli anni. E ora, quali sono i tuoi soggetti preferiti?

Nei primi tempi scattavo tante foto alle persone ai margini, soprattutto sessuali e nella scena fetish, in parte perché visivamente rappresentavano la vita ai bordi della società, in parte perché quei soggetti erano la descrizione di come mi sentivo io rispetto a cose o persone come me, normali. La fotografia è un mezzo visivo, quindi io ero sempre in cerca di qualcosa che andasse al di là della rappresentazione visiva o che fosse la metafora di qualcosa di non necessariamente visivo, come un’emozione, in particolare un senso di alienazione.

Ciò mi ha messo in contatto con un sacco di persone che vivevano anche situazioni molto difficili, sia perché le mie foto richiedevano intimità mentale e spirituale, sia perché sono una persona molto introversa che ha bisogno di tanto tempo e silenzio. Così sono arrivato a un punto di sovraccarico. Improvvisamente, ho dovuto allontanarmi da queste situazioni, e così ho perso la mia capacità e anche il desiderio di intimità e vicinanza, che invece caratterizza le mie foto migliori.

Per 10 anni circa, poi, ho fotografato le città senza persone ma la loro presenza era sempre lì, nei graffiti o l’immondizia o gli edifici stessi. C’erano foto che rappresentavano l’assenza della gente ma che raccontavano comunque di loro e, in particolare, di ciò che avevano lasciato alle loro spalle, il che raramente era qualcosa di buono.

Negli ultimi anni, la maggior parte delle mie foto sono degli outdoor nel deserto o nelle montagne, ma non raggiungo i livelli di Ansel Adams. Si tratta per lo più di dettagli, molti alberi antichi, nodosi, spesso morti. Tra le montagne su cui vado a correre o a fare escursioni, ci sono alberi che hanno centinaia di anni. Un essere vivente che è lì da centinaia di anni è qualcosa di straordinario. Di sicuro, molti di questi alberi adesso stanno morendo. Noi abbiamo contribuito a ucciderli con l’inquinamento. Gli esseri umani non sono bravi a gestire le cose, per lo più le abbiamo rovinate.

Ci racconti qualcosa del tuo soggiorno in Italia?

Tra il 1989 e il 1993 sono stato a Milano e da qualche altra parte. Mi è piaciuto ma vorrei non essermi dedicato così tanto al lavoro, il modello prima e il fotografo poi. Avrei voluto esplorare di più. Ho fatto qualche viaggio a Genova, un natale a Palermo con un amico che aveva la famiglia lì, tantissimi viaggi giornalieri a Como, ma era molto vicino. Milano non è la città più interessante in Italia. Non ero e non sono un grande fan del mondo della moda.

Di base il modello sta impersonando uno stile piuttosto che un ruolo e per me è stato difficile capire dove mi trovassi. Ero in cerca di qualcosa di più profondo e non l’ho trovato, perché non era quello il posto giusto. Mi piacciono i vestiti, molto. I tessuti e la lavorazione erano straordinari. Amavo molto anche la fotografia di moda, in particolare quelle di Peter Lindbergh, anche se non riesco a capire perché una persona dovrebbe desiderare una donna che cammina nel deserto con un piccolo alieno. Ho cercato di trovare un senso a cose che invece non ne avevano e alla fine mi ci sono dedicato molto, facendo però molte meno esperienze.

Sono stati anni difficili per me, ovunque mi trovassi, ma soprattutto in Italia. Ero troppo preso dalla carriera e tutto quello che sembrava non aver a che fare con la carriera veniva scartato. Questo ha significato perdere tantissime cose importanti e l’Italia è un posto in cui vivere “il meglio della vita” è molto importante, credo.

 

Sono una tua follower su Instagram. Cosa ne pensi di questo social in cui chiunque può essere un ”pop-photographer”?

Credo di aver risposto a questa domanda quando abbiamo parlato di fotoreportage. Amo Instagram. Amo vedere milioni di persone che raccontano le loro vite. Non credo che qualcuno di loro lo stia facendo in modo professionale. Se ad esempio guardi il mio profilo, penserai che l’unica cosa che io abbia mai fatto sia guidare per il deserto di Southwest oppure andare in giro per le montagne. Il che è vero, mi dedico tantissimo a queste attività, ma queste cose sono lontane dal rappresentare interamente la mia persona. Quando le persone usano Instagram, raccontano uno stile di vita invidiabile. Così ti ritrovi a scorrere centinaia di fotografie di persone che vivono vite invidiabili e tu le invidi, pur sapendo che manca qualcosa. Ormai tutti abbiamo un personaggio!

 

CORRERE FA BENE ALLA MENTE, PRIMA CHE AL CORPO

Ho letto una tua intervista in cui parli della corsa. Sembra essere una cosa così importante per te al punto da dover essere documentata attraverso video e immagini. Devi sapere che per me la corsa non è soltanto uno sport ma uno stile di vita e un modo per sentirsi veramente parte della Natura.  Tu come la vedi?

Corro l’ultra-maratona, che è proprio quello che sembra: una corsa più lunga di una maratona – solitamente tra 50 e 100 miglia. Quelle che corro si svolgono per lo più tra le montagne, sui sentieri. La più lunga di tutte è Western States, che è una corsa da 100 miglia tra le montagne della Sierra Nevada. È quasi impossibile entrarci. L’ho fatto l’anno scorso e quest’anno sono stato un volontario al traguardo delle 48 miglia (77 km), al culmine di una salita breve ma molto ripida. La giornata di chi fa questa ultramaratona inizia nella neve. Piano piano sono arrivati lì dove ero io, molte ore dopo. C’erano 38° C! Molti sembravano piuttosto sconvolti. Ho visto amici aiutarsi, ho aiutato a riempire bottiglie d’acqua, rinfrescato qualcuno e scattato moltissime foto, ovviamente.

È una cosa assolutamente inutile, a meno che non ci si stia preparando per una specie di apocalisse. Correre 160 km attraverso le montagne non lo fai per sport. In realtà non fa poi così bene all’organismo; molti sport non fanno bene e anche se la corsa è un’attività solitaria, in un mondo che può essere così affollato e rumoroso da non farti sentire in nessun luogo si sviluppa un incredibile cameratismo; quando il significato delle cose diventa così sfuggente – e noi americani, tra l’altro, in questo momento, abbiamo un presidente che contesta il valore della verità – la semplicità di una cosa come la corsa è essenziale, così come l’ispirazione che trovo quando prendo parte a una maratona, sia come atleta sia soprattutto stando fuori pista, aiutando gli altri, proprio come hanno fatto loro per me, un anno prima.

Una volta, mentre mi trovavo tra le montagne dopo una nevicata, sul sentiero ho visto ogni genere di impronta di animale: quelle di un cervo, del leone di montagna, del coyote e di un gatto piccolo – probabilmente una lince – e ho aggiunto le mie impronte, tutto nel giro di pochi metri. La neve era caduta quella notte e le tracce erano fresche, delle ultime ore. Non c’era niente e nessuno intono a me, per quanto riuscissi a dire. Le montagne sembravano davvero vuote ma chiaramente non lo erano, perché nella vastità di queste montagne, un enorme numero di animali era passato proprio su quel sentiero, nelle ultime ore. Quando sono lì fuori, sono parte di tutto questo. Soltanto condividendo quello spazio, si crea una interazione con l’orso, il leone di montagna, la lince, il coyote, il cervo… anche se quell’interazione consiste semplicemente nell’ignorarsi l’un l’altro e condividere lo stesso spazio.

Ho già pubblicato le mie foto, realizzato i miei siti web e reso noti i miei record, mi sono incazzato con un sacco di persone e ne ho fatta felice qualcuna, ho sborsato un sacco di soldi per avere cibo, benzina, forniture fotografiche, per pagare l’affitto, per divertirmi, per la mia macchina… Tutti quei soldi mi hanno consentito di dare lavoro a un mucchio di persone, alcune delle quali, magari, potrebbe aver visto le mie fotografie, ascoltato qualche vecchia registrazione punk che ho fatto o potrebbe aver letto ciò che ho scritto. Far parte di tutto questo per me è faticoso. Non è proprio estenuante invece – ma è esilarante – vedere le orme fresche di un leone di montagna nella neve.

Vedo spesso i cervi, meno spesso le capre di montagna, l’orso poche volte l’anno. Ho visto solo un leone di montagna una volta, ma sono sicuro che i leoni di montagna mi hanno visto un sacco di volte. Mi è stato detto che dovrei essere terrorizzato ma sono molto più spaventato da chi guida per strada.

Mi piace spingere il mio corpo lungo quei sentieri. Il corpo umano è fatto per muoversi e non funziona bene se non fa altro che stare seduto. Una vita troppo sedentaria può portare a malattie o morte.

Quindi, io corro lungo un sentiero che soltanto poche ore prima è stato percorso da un leone di montagna o da un orso. Ci sono cervi ovunque e devo tenere le orecchie ben aperte per sentire ogni suono: i serpenti ad esempio, potrebbero avvertire la tua presenza se gli vai troppo vicino.

Mi piace la purezza mentale dell’esaurimento fisico. C’è qualcosa di veramente essenziale in tutto questo. Fino a poche generazioni fa, muoversi significava sopravvivere.

Correre, tra l’altro, è incredibilmente semplice. Possiamo complicare la corsa con ogni sorta di attrezzo, come scarpe minimaliste o ultra leggere, orologi GPS, tessuti sintetici che assorbono il sudore, app che si collegano a dispositivi in grado di individuare la tua posizione, calcolare la velocità, inclinazione del terreno, calorie bruciate ecc. Informazioni senza le quali sarebbe fattibile comunque. Non molto altro è così semplice come correre. C’è una purezza reale in tanta semplicità.


Sito web: www.geoffcordner.net
Cover: (c)Geoff Cordner, "Vasque Mindbenders after a muddy trail run in the hills of Griffith Park",  2011.
virginiamcfriend

Scrivo cose e fotografo gente per lavoro ma anche no. Vivo a Sud per scelta e mangio la cipolla cruda. Presto diventerò un'allevatrice di gatti neri, nel mentre leggo molti libri, racconto storie belle di Calabria e continuo a stupirmi della poesia delle cose.