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Perfetto Indefinito, Dehors Audela

Giacché VirginiaMcFriend è un blog talvolta (spesso) sciocco e pieno zeppo di facezie, ma talvolta anche serio e compito, qualche giorno fa ha ricevuto un invito a teatro a cui proprio non poteva rinunciare. Ma partiamo da principio.

Ho l’obbligo morale di aprire la recensione a Perfetto Indefinito dei Dehors Audela facendo coming out: io il teatro sperimentale non l’ho mai capito. E a dire il vero, fino all’altro giorno, ho creduto d’essere deficente io, nel senso proprio del termine: mi manca qualcosa, quella sensibilità decadente lì per cui non capisco la video arte, la sperimentazione, l’uso del corpo, Pollock, il cinema wired, Heimat (Heimat? Ma chi l’ha visto tutto, dai?). Io ho una mente pragmatica, capisco solo le cose che mi vengono mostrate per come esse sono, con buona pace del caro Wittgenstein. L’immaginazione la uso in un modo creativo, che in poche parole vuol dire a modo mio.

Tutto questo fino all’altro giorno perché i Dehors Audela hanno avuto il sacro onore di iniziare la stupida VirginiMcFriend al teatro dei corpi che parlano e delle figure che narrano. Da quel giorno, anche io comprendo l’arte contemporanea, perché uscita dallo spazio Zona K di Milano ho concluso che sì, di Perfetto Indefinito, la performance portata in scena da Salvatore Insana ed Elisa Turco Liveri IO L’HO CAPITO. Il merito è loro, che son due artisti bravi assai e pertanto dovreste andare a vederli, ascoltarli, a percepirli con tutti i sensi all’erta.

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Perfetto Indefinito è – tra le altre cose – uno studio teatrale sull’identità umana e sulla difficoltà dell’essere io in un corpo o uno spazio in cui è difficile mantenere intatta l’unicità fisica e psicologica di un soggetto, ricadendo più facilmente nell’ambiguità dei corpi – coi travestimenti – e della mente – un genere neutro tanto sospirato. Storia comune a molti oggi, che delle identità virtuali fanno identità reali – anche VirginiaMcFriend ne è un esempio -, storia comune anche alla mia amata Claude Cahun, la fotografa francese sottotitolo non da poco: ebrea, surrealista, comunista e omosessuale ai tempi della II Guerra Mondiale – da cui Perfetto Indefinito trae spunto, oltre a essere un gran bel tributo.

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Nella sala buia, in 40 minuti di spettacolo, la cosa che ho pensato più spesso è stata che ci vuol fortuna a trovare un’attrice identitca a Claude Cahune, bella di una bellezza androgina come poche donne. Ma soprattutto, che ci vuole tanta arte ad avere una così perfetta padronanza del proprio corpo al punto da trasformarsi in un ragno lì sotto l’occhio di bue, in 4 metri quadrati di scena.

Dietro il telo, sotto gli abiti da uomo, attraverso il riflesso dello specchio, la luce, gli autoritratti fotografici, i volti, le parole bianche ed effimere nel buio della sala, attraverso ciascuno di questi oggetti in scena sono entrate decine d’identità. E così un nome diventa mille nomi urlati e poi bisbigliati, accade che nel pronunciarli tutti alla fine si dimentichi qual è il nome proprio e ci si perda: Claude, Marcel, Lucy all’infinito l’una attraverso l’altra.

E infine, in quei 40 minuti di buio mi sono detta mille volte che i Dehors Audela hanno colto per davvero il bisogno nascosto nell’arte di Claude Cahun, non d’essere riconosciuta o identitficata ma solo quello di essere osservata coi suoi mille volti.

Molta ammirazione per loro!

Photocredits: Dehors Audela

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virginiamcfriend

Scrivo cose e fotografo gente per lavoro ma anche no. Vivo a Sud per scelta e mangio la cipolla cruda. Presto diventerò un'allevatrice di gatti neri, nel mentre leggo molti libri, racconto storie belle di Calabria e continuo a stupirmi della poesia delle cose.