claude-cahun-1915 - autoritratto

Storie di donne fotografe: Claude Cahun e l’arte di cercarsi e non trovarsi

Claude Cahun, nata Lucie Renée Schwob nel 1894 a Nantes sotto il segno dello Scorpione, ha toccato qualche strana e nera corda del mio pensiero in un giorno di primavera di alcuni anni fa e spero possa oggi essere fonte di ispirazione o riflessione anche per voi. Rispetto alle più note e più recenti Francesca Woodman e compagnia, di fans ne ha ben pochi eppure proprio a lei la contemporaneità e l’opera di giovani donne fotografe dovrebbe essere debitrice. Anche le maniache del selfie.

Dopo un’infanzia felice, se non fosse per l’internamento della madre e le stramberie di una famiglia di artisti a cui sarà però assai debitrice, Claude Cahun si trasferisce a Parigi ma lì la faccenda si complica un po’, non tanto perché scoppia la Seconda Guerra mondiale che ha incasinato la vita a parecchia gente, quanto perché proprio in quel periodo salta agli onori della cronaca che Claude Cahun è nientepopodimeno che una donna artista, comunista, omosessuale e per giunta mezza ebrea. Nel giro di pochi mesi tutto ciò le costerà un esilio politico sulla ridente isola di Jersey, nel bel mezzo della Manica, dove approderà insieme a Marcel Moore, al secolo Suzanne Malherbe. Marcel era la sua compagna di vita oltre che la sua sorellastra.

Autoritratto allo specchio - Claude Cahun e Marcel Moore

Biografia a parte – ‘che insomma se uno legge in dieci righe di quarta di copertina tutta ‘sta roba da fare invidia al povero James Ellroy certo è che ne rimane folgorato – la verità vera è che da quel giorno Claude Cahun ho iniziato a studiarla perché quella donna è stata un’artista a tutto tondo come pochi altri. Da quella testa pelata e dall’urgenza di dire, son venuti fuori centinaia di fotografie e autoritratti fotografici ma anche scritti, poemi, poesie, diari, autobiografie poetiche, saggi, pamphlet, sceneggiature e scenografie teatrali, collages e una seria di altri contributi all’arte spesso difficili da attribuire all’artista a causa dell’elevato numero di pseudonimi che usò per firmarsi. L’uso dello pseudonimo rappresentava un modo per uscire dall’enigma della sua identità perché sì, anche Claude Cahun aveva difficoltà a vedere se stessa come un io definito e definibile.

Aveux non avenus, tavola cap. IX, I. O. U. Self-Pride, 1930, fotomontaggio

Gran parte delle opere, tutto ciò che è stato possibile recuperare dopo l’invasione nazista dell’isola di Jersey, sono oggi custodite dal Jersey Heritage Museum, sull’omonima isola. On line è disponibile l’intero catalogo delle opere dell’artista ma a me non basta, ed è per questa ragione che oltre a conquistare la Cappadocia presto conquisterò anche l’isola di Jersey insieme al fidato Pannocchia. Dal 25 marzo al 6 giugno 2015, infatti, ha inizio A Life Defiant, la mostra dedicata alle due artiste e qui mica possiamo perderci cose meravigliose come queste per visitare bazzecole come Expo? Stay tuned.

L’omosessualità di Claude Cahun (?)

Una faccenda che non son riuscita a spirgarmi subito è perché di ‘sta donna nessuno sapesse niente. In Italia poi, come è d’obbligo e prassi, ci saranno al massimo 5 persone in croce che la conoscono e ancor meno gente ha scritto di lei. Per fortuna la Francia sopperisce alle mancanze dei cugini d’oltralpe e infatti negli anni Ottanta inizia a saltar fuori la sua arte. Il motivo per cui furono proprio gli anni Ottanta a darle una seppur minima notorietà fu l’aver scoperto l’omosessualità dell’artista, argomento caldo ai tempi reso ancora più scottante dal ritorno in auge delle teorie esposte in un saggio di Joan Riviere, Womanliness as a masquerade. Pubblicato nel 1929, si trattava di un testo rivoluzionario perché metteva in discussione il concetto di sex e quello di gender proponendo l’accettabilità culturale dell’identità di genere e formulando l’avanguardistica definizione di “Third gender”, il Terzo Genere, il genere dei confusi o di coloro che non amano le etichette insomma. Gli anni Ottanta segnano l’inizio di una discussione sulle questioni di genere d’ampio respiro. Cioè, capite che sono gli anni di David Bowie, della new wave, del trasformismo, dell’eye liner e dei capelli cotonati, sì? Questo spiega tutto, o no?

David Bowie in 1973

L’altra faccia della medaglia però è che gli anni Ottanta e le tematiche calde del tempo fecero a tutti i costi di Claude Cahun e della sua opera un esempio di artista lesbica, dimenticando tutto il resto. Perché c’è un resto, molto più interessante dei gusti sessuali di questa artista, ed è la ricerca spasmodica di una identità attraverso la produzione artistica.

Tout est expérimenté comme territoire d’affirmation et de reconnaissance de sa propre identité.

[Aveux non avenus]

La testa rasata, l’abito da uomo, la posa mascolina, sono tutti esperimenti che Claude Cahun faceva su se stessa immaginandosi “altro” e immaginando quali ruoli e vesti(ti) la vita avrebbe potuto farle indossare se non fosse nata donna, se non fosse nata in Francia, nell’Ottocento.

L’autoritratto secondo Claude Cahun

Gran parte dei 400 prodotti fotografici realizzati da Claude Cahun sono autoritratti fotografici in bianco e nero scattati con una Kodak Pocket Camera e a quanto pare esclusivamente per un uso privato. Non si tratta di autoscatti perché c’era sempre Marcel Moore dietro l’obiettivo e lo sguardo rigido e diretto in camera dell’artista lo dimostra. Marcel Moore non è l’alter ego di Claude Cahun né tantomeno il deus ex machina ma è una presenza fondamentale, l’occhio che per primo vede e riconosce la ricerca dell’artista tutta volta all’affermazione di qualcosa.

claude0101

Claude-Cahun autoritratto

La fotografia diventa quindi uno strumento attraverso cui compiere un’autoanalisi, una messa in scena della propria psiche, realizzando così una autobiografia per immagini, anticipando il buon Barthes di Barthes par Roland Barthes. Il suo lavoro però finisce per diventare una continua ricerca d’identità che si muove paradossalmente nella direzione opposta, cioè di una dis-identificazione, una continua corsa verso di sé in cui la meta appare sempre più lontana all’orizzonte. Anche questo non è altro che un modo per sfuggire ad un’identificazione univoca anche in un alter ego fotografico. Claude Cahun sceglie di esistere solo attraverso le immagini di sé.

Les moments le plus heureux de ma vie? Quand je rêve. Quand j’imagine être quelqu’un d’autre. Quand je joue mon rôle préfére.

[Aveux non avenus]

La macchina fotografica rappresenta quindi il terzo occhio attraverso il quale guardarsi o meglio attraverso il quale “vedersi vedere”.

Tutto ciò basta a farmi amare Claude Cahun e a desiderare fortemente una macchina del tempo o un qualche altro strambo artificio anacronistico per tornare lì, al 1930 sull’isola di Jersey, prendere un the insieme e fare le paste al suo gatto. Ma vabbé, ça và sans dire.

virginiamcfriend

Scrivo cose e fotografo gente per lavoro ma anche no. Vivo a Sud per scelta e mangio la cipolla cruda. Presto diventerò un'allevatrice di gatti neri, nel mentre leggo molti libri, racconto storie belle di Calabria e continuo a stupirmi della poesia delle cose.