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La città dei paradossi

Tempo fa ho scritto un post che in conclusione avevo deciso di non pubblicare, perché esagerato nei contenuti e nei toni.Oggi però questo post ritorna più attuale che mai per due ragioni. La prima è quel senso di pochezza che continuo a vedere intorno a me e a non riuscire a bypassare, la seconda è l’imminenza di un evento a cui tengo molto.

Il post in questione.

La verità vera è che ogni tanto anche io scrivo post seri. Questo è serio, o almeno ha la volontà d’esserlo. Ve lo dico prima, non si sa mai offenda o disilluda la sensibilità e le aspettative di qualcuno!

Ieri sera, martedì, come quasi tutti i martedì e giovedì del mese nell’ultimo anno, alle 19:45 ho salutato Jack, preso la metro, fatto due cambi, un tratto a piedi nel caos serale di Repubblica, e via verso il mio appuntamento fisso. Con chi?

Tra poco ve lo dirò, forse.

La storia di oggi, infatti, non racconta il dove-cosa-come di ieri sera, un martedì di settembre, ‘che di questi martedì e giovedì sera in giro per Milano avrei davvero voglia di raccontare al mondo, ma “Meglio di no”, mi dico sempre, “Sono argomenti delicati questi, ‘che non sai se gli altri protagonisti della storia vorrebbero essere citati!”. E poi questa, a dire il vero, non è una storia da raccontare così, a cuor leggero e su un blog spassoso come il mio (dai che lo so che vi divertite!). No, meglio star zitta e raccontare di questi martedì e giovedì sera soltanto a chi sa cosa si fa in giro per Milano di sera, in alcune sere.

Ah no, amici belli, non vado per locali, sia chiaro!

Vabbé. La storia di oggi racconta invece di me che prendo la metropolitana di Milano, solitamente vuota, deserta, già alle 19:45, figurarsi poi quando rientro a tarda sera. Ieri invece no. All’andata, e al ritorno ancor peggio, sono stata investita da una folla inumana di uomini coi capelli impomatati e strafighe su un tacco 13. Strafighe per lo meno finché son rimaste voltate di spalle, perché poi la metà sembrava essere stata colpita da un incudine o qualche altro strumento medievale atto alla malformazione del volto.

Insomma, questo treno della metro e pure il seguente erano pienissimissimi di gente tiratissima pronta per la notte più fica dell’anno, la Vogue Fashion Night. Non credo sia necessario spiegare di che roba sto parlando. Non serve essere fashioniste o fescion blogger per sapere che è ‘sta Notte Bianca della moda, tanto il nome la dice già parecchio lunga.

Inizialmente mi sono sentita piccola e brutta. Non poco ma tantissimo!! Non che solitamente vada in giro tiratissima io, proprio non me ne frega niente ecco. Il massimo che faccio è usare le lenti a contatto. Tirarmi le sopraciglia và, se proprio mi voglio bene! Ma ieri, proprio ieri, per andare al mio appuntamento galantissimo indossavo la maglia del pigiama che tanto sembra una t-shirt e un maglione puzzolente di pesce (la cena di ieri sera appena sfornata), manco fossila mia principessa Disney preferita, Ariel.

A parte questa menata inutile proveniente dai reconditi anditi del mio essere una fimmina, la riflessione seria che sta a monte di tutta la storia è un’altra: Milano è una città strana, un luogo in cui a fianco all’estremo lusso convive nel silenzio la povertà più estrema. Sia chiaro che a me non frega niente di come la gente spende il suo tempo ed i suoi soldi. Massima libertà di espressione a tutti, massima libertà di dire e fare quel cavolo che vi pare MA c’è un enorme MA! Quella di ieri è una delle (molte) occasioni qui in città che mi mostra violentemente i paradossi di questo posto: come è possibile che una città abbia due anime tanto diverse, due anime che esistono entrambe alla luce del sole?

Questo interrogativo mi ha disturbata durante tutta la serata. Non riesco a capire come sia possibile che ieri sera (in tempi di così detta “crisi”), centinaia di persone si siano riversate in città per immolarsi nel loro vestito più bello al dio denaro mentre sotto gli stessi portici dove sculettavano allegramente parlando del nulla qualcuno tendeva loro la mano. Come è possibile che in una città in cui pochi possono molto, tanti invece non abbiano nulla?

La serata di ieri mi ha fatta riflettere sul concetto di avere. Avere qualcosa significa possedere un bene fisico o no, esclusivo o meno. La casa, il cibo, l’istruzione, sono tutti beni che ciascuno di noi dovrebbe avere. Avere qualcosa significa però anche essere in uno stato: avere mal di testa, avere fame, avere dignità. Ebbene. Ieri sera ho visto migliaia di persone avere tutto questo e anche di più, e altrettante non avere nulla di tutto questo. Quel che ho visto ieri sera sono centinaia di persone piene zeppe di cose da mostrare, oggetti da scambiare, corpi da mercificare e tante altre persone prive di oggetti, di cose, di averi e che, proprio perché privi di ciò, agli occhi dei molti sono anche privi di uno stato, la dignità.

Il martedì e il giovedì sera, vorrei dire invece contro tutto quanto ho visto ieri, l’appuntamento è con la dignità delle persone che ancora la conservano nonostante non possiedano automobili, vestiti fighi, cellulari e cibo giapponese da asporto. Milano, infatti, non è fatta solo di questo e come hanno scritto bene alcune testate locali, quella della VFNO è soltanto una illusione, dura una notte.

Ieri sera dopo essermi sentita piccola e brutta, mi sono anche sentita in colpa per quello che mi circonda. Perché se è vero che una mano aiuta l’altra è vero anche che una mano lava l’altra, nel senso biblico del termine però.

Sapete chi mi ha dato la risposta ieri sera? Un persona con 20 anni più di me, con cui non avevo mai parlato prima e che magari non rivedrò mai più, che nel silenzio di quel viaggio tra le luci esagerate e il vociare assordante di una notte fashion a Milano ha detto:

Il problema è che di questi tempi non ci si può più permettere di dire voglio, ma neanche vorrei. Non è più il tempo di desiderare qualcosa. Questo è il momento del fare. Bisogna agire o non sarà servito a niente sognare!

A me piacerebbe vivere in un mondo in cui tutti hanno, cose e stati. Chiaramente ciò dimostra che qui si sogna ancora, si dice vorrei e si fa, non molto, mai abbastanza, ma si fa.

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virginiamcfriend

Scrivo cose e fotografo gente per lavoro ma anche no. Vivo a Sud per scelta e mangio la cipolla cruda. Presto diventerò un'allevatrice di gatti neri, nel mentre leggo molti libri, racconto storie belle di Calabria e continuo a stupirmi della poesia delle cose.